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Quando vidi La Grande Bellezza di Sorrentino da romana quale sono, lo detestai. Non vi riconobbi Roma, così com’era imbellettata di lustrini, di certo non la Roma che conosco, delle periferie, del centro inaccessibile e dorato, Roma violenta, Roma accattona, Roma perduta. La mia Roma, come tutti i grandi amori, la adoro nonostante i suoi difetti. A volte poco più di un neo fuori posto su un volto altrimenti perfetto, più spesso vizi capitali da andar giù dritti tutti in un bel gorgo fino all’inferno.
Pure Suburra di Stefano Sollima ha i suoi peccatucci. Un certo qual gusto per la spettacolarità, la mano calcata sulla violenza, un accento di troppo quando sarebbe stato meglio dire meno, essere, come dire più asciutti. Lì dov’è riuscito Caligari col suo magistrale Non essere cattivo, fallisce Sollima. I personaggi mancano un poco d’anima, talvolta sfiorano la caricatura.

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Non che io sappia come siano davvero certi ambienti, ma mi aspetto sempre dal genere umano una varietà di piani, una ricchezza di sfumature. Nessuno è tutto cattivo o tutto buono, del tutto vile o privo di ogni senso della pietà. E se così non fosse mi aspetto dai personaggi di un film che siano migliori di noi, pure nelle passioni più infime.
Eppure Suburra ha un pregio, quello di descrivere la Roma quotidiana, per immagini e per atmosfere, con la pioggia battente dell’autunno, il Tevere che si fa minaccioso, i tombini che rigurgitano tutto, i ponti ingialliti dai lampioni che sembrano fatti apposta per i suicidi. E poi la politica senza scrupoli fatta dagli omuncoli, la Chiesa che si piega al Dio denaro, i poveracci che sbucano da tutte le parti dapprima per mangiarsi le briciole come umili ratti e poi si fanno cattivi e diventano pantere. I coatti sì, perché ci stanno i coatti a Roma, mezzi criminali con la mania delle donne e delle pistole, che vivono di proverbi da quattro soldi e di penosi luoghi comuni.
Il mare sporco di Ostia infettato di veleni, la voglia di riscatto di chi ha vissuto sempre ai margini e cerca di uscire dagli ingorghi, dal traffico, dalle festicciole, dal mutuo, da un’impresa piena di debiti. E poi i cravattari, gli opportunisti, i doppiogiochisti, i delatori, i puttanieri, i traffichini, i tossici, gli zingari, i mafiosi, i Romani. E chi non ha più niente da perdere.

Perché Roma, pure se la guardi con tutto l’amore del mondo, non è quella de La Grande Bellezza. È quella che ogni alba goduta su Via dei Fori Imperiali te la fa pagare cara. Ed è un attimo che ti perdi, volti un angolo, prendi un vicolo ed eccoti lì, in piena Suburra.