Ogni notte, per tre anni, dopo 12ore di lavoro in condizioni orribili e indegne, avere il terrore di sentire la porta della baracca dove vivi che si apre, qualcuno che entra ed entra nel tuo letto. Va in scena lo stupro.

Questa è la storia di Nicoleta Bolos, una donna – una lavoratrice – che dalla Romania arriva a Ragusa per motivi professionali, con il marito. Sì, perché lavorare nei campi, anche quando provieni da un contesto povero, e hai bisogno disperato di quel lavoro, é un motivo professionale, uguale a quello di chi si sposta altrove per fare l’avvocato o il medico o l’impiegato. Cambiano competenze e contesti. Diritti. E quindi arriva a Ragusa, e dopo poco tempo suo marito l’avvisa che per tenere quel lavoro poco pagato, quello sfruttamento, dovrà subire uno stupro, che poi diventano una lunga serie, da parte del datore di lavoro. Devi subire uno stupro, se no perdi il lavoro.

Devi subire uno stupro, se no perdi il lavoro. Come ti sentiresti?

Ragusa vanta la terza produzione più importante di frutta e verdura in Europa, con circa 7500 donne dalla Romania impiegate nei campi, un lavoro certo duro, stancante, faticoso, ma no, non si aspettavano di essere ridotte in schiavitù. Perché è di questo che parliamo. Violenze, sfruttamento, abitazioni senza basilari condizioni igieniche, mancanza di medicine. Il cibo? Aprono la credenza, le scatolette per il micio.

Donne più o meno giovani, da sole o con marito, lasciano i figli piccoli nel paese di origine, dove il salario è di circa 200 euro mensili, e vengono in Italia. «Quando sono arrivata qui ho pensato mi aspettasse un lavoro duro, non sapevo sarei diventata una schiava», dicono. Ma lo fanno lo stesso. Mandano i soldi a casa, regalano sorrisi ai loro figli, «anche se costa soffrire». È più che soffrire, soffrire in questo caso diventa illegale. Perché c’è chi lucra su questo sistema fuori controllo, un sistema di lavoro sottopagato, violenze, rapimenti e minacce. C’è un guadagno economico dietro, e la completa violazione dei diritti umani e sociali. In Europa, in Italia, nel 2017. Un sistema criminale che tocca le donne e aggiunge allo sfruttamento professionale gli abusi sessuali: un corpo da utilizzare in ogni aspetto.

Non è un tema semplice da affrontare, entrano in gioco la paura di denunciare di chi subisce, la difficoltà quindi delle istituzioni a intervenire. Un rapporto redatto da Alessandra Sciurba e presentato sul Guardian, racconta cosa succede sotto i nostri occhi, prova ad andare oltre l’indignazione da prima pagina o quarta o articolo postato su Facebook, e ci parla di strategia complessiva per affrontare il fenomeno. Repressione e controllo, assistenza alle vittime, collaborazione tra le Ong e le istituzioni locali, definizione di norme specifiche a livello Ue e nazionale ma anche incentivi economici. Richiede tempo, ma serve iniziare. E serve anche e soprattutto avere voglia di parlarne, di ascoltare, guardarsi allo specchio come paese e dirsi: stiamo facendo qualcosa?