La stanza profonda è l’unico posto dove la fantasia sconfigge sempre la realtà: in questo garage di una casa nelle campagne del Valdarno un gruppo di ragazzi si riunirà per vent’anni per combattere mostri, lanciare incantesimi, rubare tesori e salvare un mondo alla volta, o più semplicemente per giocare a “Dungeons & Dragons”.
Con questo romanzo ibrido, sospeso tra il memoir e il saggio, Vanni Santoni racconta l’universo dei giochi di ruolo: dopo aver esplorato con il libro gemello Muro di casse (sempre uscito per Laterza) la cultura dei rave, lo scrittore toscano porta il lettore alla scoperta di un’altra controcultura che ha contributo in maniera sostanziale alla formazione di una generazione, quella nata a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, cresciuta nel boom e diventata adulta quando già tutte le promesse di benessere erano evaporate e quella provincia – un po’ (ancora) contadina, un po’ arricchita – era stata spazzata via dalla crisi.

È come se fossero passati vent’anni. In effetti sono passati vent’anni. Ma nella stanza, quasi fosse stata una cella criogenica, per molto tempo tutto era rimasto così com’era, gli assalti della realtà avevano portato via qualcuno, ne avevano magari spaccato i vetri, ma finché giocavate, la bolla in qualche modo resisteva.

Ne La stanza profonda, intorno al tavolo di D&D il tempo sembra non passare mai: si è giocatori prima di essere amici, così si possono perdere pezzi di vita per strada – non rendersi conto che di una convivenza fallita o d’una brutta malattia che sta prendendo il sopravvento – ma si resterà uniti da un legame particolare che sarà sempre più difficile spiegare a chi non è mai sceso nel sotterraneo per immaginare elfi e stregoni.
Le avventure inventate dal master e messe in scena dai giocatori trasformano tutti in demiurghi, creatori di mondi dove nessuno vince o perde ma tutti collaborano insieme per raccontare e vivere una storia davvero memorabile. E questo come può avere qualcosa a che fare con l’età adulta e le sue regole?

Nient’altro che, appunto, una decina di persone attorno a un tavolo in una stanza fumosa e incasinata, lo schermo col master dietro, le bottiglie di birra che emergono come menhir da un ripiano completamente coperto di schede, mappe, matite, e, quella sì, una certa concentrazione sulle facce di tutti i presenti, la concentrazione di chi sta tessendo un mondo che può esistere solo nel cloud, nello spazio mentale condiviso, un mondo connesso forse, ti veniva a volte il dubbio mentre raccontavi agli altri cosa stavano vedendo, a tutti quelli creati nelle mille e mille altre stanze profonde..

Così calarsi in quel sotterraneo, in quei cunicoli dell’inconscio, diventa non tanto un escapismo raffinato, una fuga nerd dalle responsabilità, ma un altro modo di intendere la vita: uno spazio di libertà dal sistema competitivo, dal lavoro e persino dalle relazioni.
È questa la vertigine a cui non si riesce a rinunciare, perché come scrive Santoni in La stanza profonda “quel che conta è giocare”, anche se alla fine rimane solo una stanza ingombra di scatole, manuali, mappe, appunti e matite: una segreta che attende solo una nuova leva di ragazzi e ragazze pronti a lasciarsi la luce del giorno alle spalle.

__

Questo è il terzo appuntamento per lo Stregabello 2017. Qui tutti gli articoli #stregabello