Mentre il romanzo si assottiglia e si asciuga fino ad appiccicarsi sulle vite seppur banali, sulle ossa, come in quelle magrezze quasi malate, Le Cento vite di Nemesio di Marco Rossari prende la storia – quella vera – e la infarcisce di finzione, la incicciona con battute e humor nero. Non bastasse il Novecento, che di cose da raccontare volendo ne ha parecchie, Rossari lo utilizza e lo mallea per raccontare la storia dei due Nemesi (sì, si inizia subito con i giochi di parole): il centenario padre pittore che ha vissuto di tutto (due guerre, due dittature e mezza, mille città e mille amori, le avanguardie artistiche) e il trentenne figlio che non ha vissuto niente e per ironia della sorte le avanguardie le guarda ogni giorno dalla seggiola della sua stanza dedicata ai Vuotisti al Museo delle avanguardie delle Avanguardie, a Milano.

Le Cento vite di Nemesio è un romanzo che lì per lì ti spiazza perché non sembra di questo tempo.

Il lessico è ricco, le battute sono quasi in ogni riga e ben presto è impossibile separare ciò che è vero (perché, c’è qualcosa di vero?) da ciò che invece è soltanto frutto della fantasia del protagonista. Non sembra di questo tempo fatto spesso di romanzi fin troppo reali, fin troppo scarni. Rossari prende la guerra e la fa diventare uno sketch di Monicelli, prende le avanguardie, PicassoHemingway, Weimar e li trasforma in una sceneggiatura di Woody Allen. Lo stesso viaggiare nel tempo, che in Le Cento vite di Nemesio avviene in sogno grazie a un escamotage fisico (ogni volta serve un “pezzo” del padre per rivivere un capitolo della sua vita), ricorda quei viaggi cronologici tanto cari al regista newyorkese.

Cosa succede leggendolo? Dopo aver superato rapidamente la dissonanza (immergersi in una storia altra? Dove io non c’entro praticamente nulla? È ancora possibile con un contemporaneo che non scrive fantasy? Oh mio dio!) si viene rapiti da questo Novecento bislacco e pastrocchiato, dove – esattamente come nella vita di sempre – è per caso che si conosce Marinetti ed è per noia che si vede uno dei primi lungometraggi di Chaplin. Si parteggia per Nemesio Junior (o meglio, Nemo, come vuole farsi chiamare) perché ritorni a dormire, perché torni a sognare, di modo che possa continuare a farci vivere amplessi, ubriacature, fughe rocambolesche e agguati partigiani. A fianco di Nemesio (il compadre, come si fa chiamare da Nemo per tutta la vita) si prova a trovare una strada, quasi sempre improvvisata ma qualche volta fortunata. Come nella vita di sempre. Come nella scena di Palombella Rossa, quando tutti urlano “voltati” a Lara del film Il Dottor Zivago, dove però già si sa come va a finire, ne Le Cento vite di Nemesio si urla un sacco di volte a Nemo di smetterla con quella rigidità nei confronti dell’amato/odiato compadre. Che il tempo è poco anche quando sembra che sia infinito, anche quando si ha un padre che festeggia il proprio centesimo compleanno con una mostra celebrativa e in presenza delle autorità, ma proprio lì fa un colpo e finisce all’ospedale. Ma anche lì Nemo, a pochi passi dalle celebrazioni, nella sua stanza vuotista, decide di non andare, perché da anni con il padre i rapporti non sono idilliaci. O meglio, non sono rapporti.

Nella (s)fortuna di vivere un secolo come il Novecento, con i suoi mille accadimenti, quella che si completa è inevitabilmente una vita ricca, incredibilmente rocambolesca e il confronto con quella di uno nato alle porte degli anni Settanta non può che essere sconfortante, quasi schiacciante. Per questo, per tutta risposta, si può scegliere la mediocrità e decidere di fare sempre meno, anche non cambiare mai il proprio quotidiano menù fatto di tramezzini tonno e gamberetti confezionati. Ma poi, a dirla tutta, chi lo dice che la storia non capiti anche ai mediocri, loro malgrado? Se non basta c’è dunque anche questo, in questo romanzo. Psicofarmaci e psicanalisi, ma senza lettino.

Le Cento vite di Nemesio di Marco Rossari è un libro ricco come un pranzo di Natale anni Ottanta. Dove l’azzardo di un cocktail di gamberi servito in un bicchiere Martini convive con la tradizione del brodo di cappone. Dove i rapporti familiari contano, ma quello che conta di più è a che punto del tavolo sei seduto. Dove non importa se tutto quello che racconti è vero, basta rassicurare zia Franca e fare più bella figura del cugino.
E poco importa se non è ben chiaro cos’è vero e cosa invece non lo è. Evviva la fiction, ogni tanto.

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