Quando è arrivata la mail di Teresa – la nostra direttora – con la lista dei libri candidati al Premio Strega da leggere e commentare mi sono fermata su questo titolo: Gin tonic a occhi chiusi. Primo: Il gin tonic mi piace (sì, è un motivo anche questo ed un ottimo inizio) Poi ho letto dell’autore: pugliese come me, bella coincidenza. A seguire due linee della trama: bene, è ambientato a Roma, una città che conosco e che potrò rivivere leggendo. Concludo: c’è affinità tra me e questo libro, decido che quest’anno partecipo allo #stregabello, la maratona di Cosebelle per il Premio Strega, confermo la scelta prima che me lo “rubino”, scarico l´e-book e inizio a leggerlo abbandonando Anna Karenina su cui mi ero arenata da un po’ (non giudicatemi male, vi prego).

Gin tonic a occhi chiusi

Protagonista del romanzo è la famiglia Misiano, appartenente all’alta borghesia romana. Famiglia matriarcale, gestita quindi da una donna, la signora Elsa, madre anaffettiva di 3 figli maschi che hanno lavori in alcune delle funzioni chiave della società: commercialista di successo Gianni, il più grande, politico il secondo, Paolo e giornalista il terzo, Ranieri. 3 fratelli belli e di successo, che si detestano per colpa della madre che li ha messi sin da bambini in competizione ma che si consultano sempre tra di loro prima di prendere le decisioni più importanti perché la famiglia-clan viene comunque prima di tutto. C’è anche un padre, avvocato, che, come tutti in questa storia, ha le sue fisse da ricco, nello specifico le Porsche e le barche. Tra introvabili bicchieri neri, donne che amano le chaise-longue più di ogni altra cosa e ricevimenti fatti solo per mettere in mostra la servitù, Ferrante ci apre le porte dei salotti della Roma bene dove si trovano gli ingredienti per preparare tutti i cocktail immaginabili e in cui, perciò, un gin tonic si fa a occhi chiusi.

In Gin tonic a occhi chiusi troviamo un mondo fatto di scandali, corruzione, escort vere o presunte, tradimenti, pettegolezzi, cene, locali belli. Un mondo in cui la televisione e i social decidono le sorti dell’immagine pubblica di questi “uomini di potere” ma che possono altrettanto rapidamente riabilitarla perché se lo scandalo passa in quarta pagina nella ricerca di Google è fatta, si è salvi.

L’attualità macina tutto, basta non restare fermi e in rete tutto si dimentica.

Niente che non sia stato già visto o sentito, niente che vada al di là dell’immagine/stereotipo che abbiamo di questa classe sociale, nessuna sorpresa o colpo di scena (anche se ne succedono di cose!) o comunque nessun avvenimento che arrivi come tale al lettore. Non si simpatizza per nessuno in questo romanzo, neanche per le donne che, sebbene siano quelle a decidere (soprattutto per quanto riguarda le sorti delle relazioni) e a manovrare questi uomini privi di volontà, non escono mai dal ruolo borghese di mogli, compagne e amanti che lavorano per “hobby” e che al massimo hanno l’ambizione di “diventare famose”.

Per Teresa il futuro è esclusivamente un problema legato alla dimensione pubblica, ma le è indifferente il tipo di dimensione pubblica: politica, fiction, giornalismo, varietà e gare di ballo, tutto va bene, purché sia nel contenitore della fama.

Perché leggere Gin tonic a occhi chiusi, quindi?

Ferrante non ci vuole raccontare una storia, ma ci vuole rendere spettatori delle vite di una di fetta di società che direttamente o indirettamente ci governa. E lo fa in modo efficace. Il suo stile è molto dinamico, colloquiale: l´autore parla direttamente ai lettori, anticipa storie su cui tornerà più tardi, commenta senza mai giudicare. Ci porta lì, in quelle bellissime case romane da “imbucati”, si siede con noi su un divano in disparte, così non ci facciamo notare troppo e ci parla dei presenti per farci “capire la situazione”. Ci racconta di questi uomini e queste donne, della loro infanzia, delle loro carriere sentimentali e professionali, delle strategie che mettono in atto per mantenere l’immagine e il nome che hanno ereditato. E noi restiamo lì attenti, ad ascoltare, cercando di non perdere il filo, non confondere i nomi e i collegamenti. Un po’ le invidiamo le loro terrazze romane, le ville di design e gli abiti Miu Miu ma poi pensiamo: Che ansia!

E Roma?

Roma è presente ma non dominante. Non è la Roma perfetta de “La grande bellezza” che faceva da contrasto alle vite annoiate dei ricchi . È una Roma sporca e degradata, raccontata senza il filtro della bellezza, dell’amore per la città, dell’immaginario, della retorica che da sempre la accompagna: “museo a cielo aperto”, “città eterna”, “caput mundi”, “Roma è Roma” etc. È la città così com’è, quella che mi fa disperare dell’Italia ogni volta che ci torno e che riflette i Misiano che la abitano.

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Questo è il secondo appuntamento per lo Stregabello 2017. Qui tutti gli articoli #stregabello