Fa un freddo cane.

Ghiaccio per terra, neve chimica che fiocca sulla pianura padana (niente, non si può neanche andare in giro con la lingua di fuori per mangiarsi i fiocchi e si rischia l’intossicazione), fiato a nuvoletta, falangi disperse per la città, sedere freddo. Noi donne abbiamo sempre il sedere freddo. Un disastro. Poi si va in bici, si corre, si arriva accaldati, si suda, si condensa, ci si ricopre di brina e si sviene di polmonite. No, scherzo. Volevo solo riuscire a scrivere almeno 6 righe parlando del tempo, per dare uno schiaffo morale a tutti quelli che si lamentano che non so chiacchierare del più e del meno.

In conclusione, la scelta è una: la cipolla. Grande alleata della nostra cucina, si presta anche a straordinarie metafore quando si parla di abbigliamento.
Quando fa troppo freddo, però, oltre alle mani e al sedere non bisogna dimenticare le cose importantissime: gli occhi e l’immaginazione. Bisogna scaldare anche loro. Ora vi mostro come. In una parola: STRATI!

E sugli strati, vedrete, i giapponesi la sanno lunga.

Cominciamo con Nobuhiro Nakanishi e i suoi inafferrabili paesaggi “scorrevoli”. Pannello dopo pannello, il suo obiettivo è cambiare il rapporto che c’è tra l’opera d’arte e colui che la osserva muovendosi, catturando i cambiamenti dello spazio e l’infinito scorrere del tempo attraverso la fugacità inafferrabile dei piani, delle distanze e dei contorni delle cose. Lavora con stampe al laser su pannelli di plexi, creando installazioni nebbiose, avvolgenti e suggestive.

Anche Noriko Ambe crea paesaggi; ma lei utilizza principalmente la carta. Strati e strati di carta minuziosamente scavati e intagliati, a ricavare oggetti e spazi laconici ed elusivi attraverso l’impiego in positivo o negativo della materia, cercando in questo senso di esplorare le relazioni tra uomo, tempo e natura.

Un video è quello che ci vuole per rendere l’idea del lavoro di Riusuke Fukahori, il nostro terzo giapponese preferito di oggi. Riusuke realizza complicatissime rappresentazioni tridimensionali – qualcosa che è insieme pittura e scultura – di pesci rossi in acqua, dipingendo meticolosamente strato dopo strato e intervallando con colate di resina trasparente. Il risultato (così come il processo) è incredibile.

Una botta di colore arriva con Jen Stark, le cui sculture di carta coloratissime si aprono su un mondo ipnotico e psichedelico, che mima i pattern di processi biologici, formule frattali, buchi neri, magnetismo e anatomia umana, e trascina lo spettatore in un vortice che continua senza fine, livello dopo livello, colore dopo colore. Uscirne si può.

Infine, menzione speciale per il libro più difficile del mondo, pubblicato l’anno scorso con gran fanfara da Visual Editions, che racconta come prima di cominciare il progetto siano stati rimbalzati da praticamente ogni stamperia del mondo tranne una, perchè “il libro che volete voi semplicemente non si può fare”. Falso! I belgi ce l’hanno fatta.

L’opera in questione è Tree of Codes, di Jonathan Safran Foer, caso più unico che raro in cui contenuto e contenitore sono fusi in un unico capolavoro. Safran Foer non ha scritto un nuovo libro: ha letteralmente tagliato una nuova storia da un testo già esistente, lasciando solo ciò che gli interessava per creare la narrazione. Il risultato è un fantastico colabrodo: un libro dalle cui pagine manca la maggior parte del testo, in una sequenza di rettangoli vuoti che lasciano intravedere i fogli successivi ed incorniciano il poco testo rimasto. Una vera opera d’arte.