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Harold Brodkey è considerato uno dei maggiori scrittori della contemporaneità. Fintanto che era vivo le case editrici si sono litigate i suoi manoscritti, ancor prima che fossero completi. Perchè anche i libri che teneva serrati nella sua mente erano in potenza dei capolavori.

Il New York Magazine l’ha definito “Il Genio”. Il New York Magazine, mica il giornalino della scuola. Di materiale per montarsi la testa ce ne era in quantità. E anche per essere felici. Invece Brodkey è morto, all’età di 66 anni, per colpa dell’AIDS. Chissà quanti capolavori si è portato via, insieme alla sua bella testa. Da vivo, sembrava fatto del materiale stesso di cui sono fatti i ricordi.

Se lo chiamano “il Proust americano” un motivo c’è. Dai suoi libri – pubblicati in Italia da Fandango Libri – emerge una insistente indagine del contenuto della memoria, del meccanismo attraverso il quale essa funziona, come agisce su di noi, seppellendo o riesumando i nostri percorsi passati. Nella scrittura di Brodkey passato e presente sono solo delle categorie astratte. Quest’ultimo infatti risente talmente tanto di ciò che lo precede, da essernequasi un’emanazione, un riflesso.

In questa raccolta di racconti due sono i temi che saltano all’occhio: l’infanzia e la famiglia. C’è molto di autobiografico: la perdita della madre all’età di due anni, il trasferimento a casa di zii anziani e la precoce perdita dell’innocenza. Coloro che abitano questi racconti sono differenti sfaccettature dell’anima ferita di Brodkey. La ridondanza, la pesantezza e l’insistenza ricalcano dell’autore per un passato – il suo – che non smette di riemergere, contaminando l’infelicità attuale, distruggendo ogni gioia.

Ci vuole il famoso “pelo sullo stomaco” per restare indifferenti a questa scrittura magistrale, che forse non diletta o distrae ma di certo trasferisce tutta la complessità del cervello umano.

In fondo, siamo tutti il prodotto del passato.