Illustrazione di ELENA XAUSA

Illustrazione di ELENA XAUSA

La primavera ha ingranato la marcia, anche se forse ha dimenticato di togliere il freno a mano. I campi si sgranchiscono e iniziano la loro stagione produttiva solleticando le nostre narici. E’ il periodo ideale per i Nasi, individui che la natura ha dotato di un superlativo senso dell’olfatto, con una nasca sopraffina. Inizialmente ignoravo che potesse esistere una figura simile, segugi umani a caccia di note e aromi nascosti ma nutrivo comunque riverenza verso coloro che sparabollavano sentenze e classificazioni sulla massa informe dell’aromaticità. Scoperta l’esistenza dei guru nasali ho tentato a lungo invano di incontrarne uno, finchè il fato mi ha voluto omaggiare facendomi imbattere in veri geni della verbalizzazione olfattiva nel pulsante mondo enologico. Non tutti gli enofili, infatti, si sollazzano nell’analisi olfattiva, alcuni prediligono la papilla, altri la storia che sottende al nettare, altri ancora la genetica enologica. Tutti aspetti affascinanti e sublimi ma che non solleticano l’ilarità che le fragranze lette mi sanno regalare. Sentir narrare un profumo vi arricchisce, solletica ricordi lontani e fa rivivere forti emozioni. L’olfatto, infatti, è un senso difficile da domare ma dirompente in termini di impatto emotivo. Un aroma può riportare alla luce con colori vividi un’esperienza, un attimo.

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NASO LOCOMOTIVA – Credits: www.gdefon.ru

Pensate ai dicembre della vostra infanzia. Inizio mese. Il formicolio delle feste natalizie inizia a farsi sentire, l’atto del desiderare si veste della dignità del lecito e ci si può cimentare nell’arte dell’addobbo. Decori, alberi, e presepe. Mi sono sempre sbattuta come un suinello per creare quei piccoli mondi statici. Cercavo di inventare continuamente nuove situazioni e dinamiche pur avendo a disposizione sempre gli stessi elementi. Il vero finto muschio, la base inutilmente mimetica del terreno (ho sempre diffidato della mimesi della texture mimetica, forse è questo il motivo), la carta crespa per le montagne capace di svilupparsi con dislivelli inimmaginabili, l’immancabile carta stagnola per i rigagnoli iper attorcigliati e poi loro, gli immobili abitanti del mondo. Avvolti ciascuno in infiniti strati di carta ruvida, stagionata, pian piano rinascevano pastorelli, pecorelle, pescivendoli, re magi, mestieranti non meglio classificati, forse clochard, e molto quant’altro. Profumo di carta, dolciastro e secco, e poi quell’odore un po’ polveroso, minerale, a tratti roccioso. Un odore indefinito ma ben preciso, con reminescenze di silenzi e manualità. La nota di testa del Pinot Nero di Elisabetta Dalzocchio che ho gustato ieri, l’odore del gesso, delle statuine di gesso, delle mie rosicchiate statuine di gesso di inizio ‘900. In principio non capivo, continuavo ad annusare il vino avvertendo una nota sconosciuta, un aroma inclassificabile. Con i compagni di bevuta ho tentato di risolvere il dilemma ma le risposte erano vaghe. Chi sentiva odore di ghiaccio, chi di roccia, chi faceva l’indiano e si scaccolava. Finchè il prode sommelier ci ha mostrato la via: mineralità, roccia, gesso tutti elementi dati dal terroir roccioso su cui prende vita il Pinot Nero. La mia mente ha veleggiato verso il presepe mentre per altri lo sbocco è stato il bordo della lavagna alle elementari o il gesso del braccio rotto. Regalatevi un Pinot Nero e scoprite cosa scrive nella vostra storia, chissà dove finirete.
Se preferite voli più caldi, visto il clima barzotto, suggerisco di partire per un viaggio in primavera con un bel Langhe DOC Bianco, concentrato di pesca bianca e albicocca, un Veltliner DOC, vortice di fiori ed erbe o una Falanghina DOC per un tuffo su un’isoletta tropicale carica di banani.
Se non è magia questa.