Giulia Depentor ha scritto un libro che si intitola “Non vedo l’ora che venga domenica. La Storia di Mario Rorato”.

E’ la storia vera di un bambino vittima di un omicidio nel 1970 in quel di San Donà di Piave.  E’ un libro che tratta un argomento pesante, d’attualità nonostante si sia verificato 40 anni fa. Sarebbe un errore però pensare a Giulia come ad una persona seriosa e cupa. A me ha fatto l’impressione opposta; allegra, ironica, che non si ferma mai. L’abbiamo intervistata per sapere un po’ di lei, di cosa sta scrivendo, di dove sta andando e del perché tra i suoi progetti ci sia quello di cambiare il significato della parola “stronzo”.

Il tuo libro mi ha commosso e mi ha fatto pensare a come si sia alzata l’asticella dello sdegno nei confronti della violenza sui minori. Oggi i bambini sono prima vittime dei loro carnefici, poi degli sciacalli mediatici le cui armi non sono coltelli o corde bensì plastici, esperti e ricostruzioni. La tua storia è invece descritta in maniera delicata e precisa, e racconta anche di come un paese si sia stretto attorno alla famiglia del piccolo Mario. Perché hai deciso di raccontare questa storia 40 anni dopo?

La terribile vicenda di Mario mi ha sempre profondamente impressionato, fin da quando ero piccola e i miei genitori cercavano di spiegarmi che cosa gli era successo. Con la curiosità tipica dei bambini che sono attratti da ciò che li spaventa, ho “messo da parte” le poche informazioni che avevo e quando ho avuto l’età giusta per fare domande in modo più serio -quasi vent’anni dopo-, ho ripreso in mano tutto. Inizialmente non avevo idea che avrei scritto un libro, volevo semplicemente saperne di più. Ciò che è successo in seguito mi ha definitivamente indirizzato verso la pubblicazione di questo volume: da una parte, coloro che avevano vissuto personalmente quella tragica domenica di marzo, per lo più amici di Mario, si sono dimostrati entusiasti e mi hanno aperto il loro cuore ai ricordi, dall’altra i più giovani, i miei coetanei o semplicemente quelli troppo piccoli all’epoca per ricordarsene, non ne sapevano praticamente nulla.

Questa discordanza, il desiderio di raccontare Mario contro la totale ignoranza in materia, mi ha convinto che narrando questa vicenda in modo preciso avrei reso felici le persone che avevano conosciuto e amato il piccolo e allo stesso tempo avrei contribuito a trasmetterne la storia a chi invece non sapeva neanche di cosa stessi parlando. Ecco come ho cominciato: scrivendo questo libro mi sono commossa, arrabbiata, spaventata, alla fine mi sembrava davvero di essere nel 1970 e di guardare la storia dall’esterno, come un film in bianco e nero.

So che stai lavorando su un nuovo libro, e che un tuo racconto è stato incluso nella raccolta “Il Pesce Rosso”. Ci racconti qualcosa di più?

Per quanto riguarda il libro, per ora posso dire che è un romanzo misterioso ambientato a Parigi e che comincia con una ragazza che si risveglia in una camera di un lussuoso albergo di Place des Vosges senza ricordare nulla del proprio passato. Non voglio svelare altro semplicemente perché non so quello che succederà: i miei personaggi mi guardano, orfani come quelli ben più famosi della commedia di Pirandello…mi chiedono un futuro e io li guardo e spero siano loro a dirmelo! Ma sono sicura che prossimamente, la mia bella protagonista con il vestito verde troverà nuovi indizi per ricostruire la sua memoria!

“Tetradotossina” è invece un racconto con il quale ho partecipato a un concorso indetto dalla Casa Editrice “Damster” di Modena. Io e gli altri 15 autori vincitori siamo stati pubblicati in questa divertente raccolta intitolata “Il pesce rosso”, perché proprio questo animaletto è stato l’unico spunto che ci è stato dato per costruire le nostre storie. È curioso, perché a partire dallo stesso punto di partenza, sono nate situazioni originali e assurde. Un ottimo esercizio di scrittura!

Ti definisci un’aspirante. Un’aspirante scrittrice, un’aspirante giornalista, un’aspirante conduttrice radiofonica.  Sei però anche un’aspirante parigina, e scrivi della Ville Lumière su Nuok.it, nella sezione Peris. Perché Parigi? Ci aiuti a sfatare il mito del francese antipatico?

Quando sono arrivata a Parigi la prima volta, per una vacanza, ho subito capito che ero nata nel posto sbagliato o che c’era stato qualche scambio di neonati all’ospedale della mia città. Ho immediatamente adorato l’odore della metropolitana (che è diverso in ogni città), i continui “Pardon”, lo stile dei parigini e lasciare la mancia dopo il caffè. I Francesi non sono antipatici, al contrario, siamo noi italiani che a volte ci spaventiamo di fronte a tutto ciò che è diverso, vogliamo mangiare la pizza all’estero e poi ci lamentiamo perché non è buona come da noi e pretendiamo che il cameriere ci dia ragione, magari parlandogli solo in italiano e gesticolando come pazzi. Credo che l’aria un po’ scocciata che a volte hanno nei confronti dei turisti non sia tipica di un popolo bensì di qualche categoria che svolge lavori particolarmente pesanti e monotoni a contatto con persone che in quel momento si trovano in vacanza e che hanno molto tempo da perdere. E poi, detto tra noi, a Venezia ho visto scene peggiori che a Parigi.

Ma tornando alla mia passione per la magica Ville Lumière, nel 2006, ho avuto la fortuna di trascorrervi un periodo “particolare”: sono stata infatti scelta per frequentare un corso di lingua di due mesi e ho alloggiato in albergo. La cosa, che potrebbe sembrare insignificante, mi ha invece immerso ancora di più nel mood parigino: mi sentivo una giovane bohemienne, trascorrevo le notti a chiacchierare con i concierge dei quali sono diventata grande amica, fumando migliaia di sigarette e girovagando per la città da parigina in compagnia di parigini. Il mio albergo si trovava a Pigalle il famoso quartiere a luci rosse,ed era orrendo, sporco, fatiscente, c’era un topo in camera mia ed alcune camere venivano affittate a ore. Ma tutto era meraviglioso.

Quando sono tornata a casa, ho smesso di fumare e ho deciso che un giorno sarei tornata nella “mia” città. La promessa è stata mantenuta in parte, ho abitato lì per un anno con il mio ragazzo ma poi abbiamo deciso di “vivere” anche qualche altro posto. Parigi ci aspetta, non va da nessuna parte.

Hai abitato a Parigi, a Barcellona, e definisci questa tua temporanea permanenza a San Donà di Piave, la tua città, come un Erasmus. Qual è la prossima tappa?

Ich bin ein…Berliner! A gennaio, tentiamo la fortuna anche lì, ma continuerò sempre a scrivere della mia adorata Parigi.

Hai due Blog: City Glimpse, che è nato durante la tua permanenza a Parigi e che ti segue ovunque ti trovi, e Don’t Worry Be Stronzo. Ce ne parli?

Il primo blog, come dici giustamente, è nato mentre io e Alessio ci trovavamo a Parigi e volevamo comunicare agli amici le nostre impressioni sulla città. Ne è nata una sorta di guida non turistica, con suggerimenti insoliti e considerazioni sulla “nostra” joie de vivre. In seguito vi abbiamo incluso le nostre idee su Barcellona, dove abbiamo vissuto per sei mesi, e sui vari posti che abbiamo visitato. La nostra città natale non offre grossi stimoli, quindi per il momento in City Glimpse ci sono considerazioni generali, streams of consciousness e divertenti sfoghi contro…chiunque. Presto anche Berlino avrà le sue glimpses.

Don’t Worry Be Stronzo è un esilarante contenitore di stupidaggini, ideato dalla sottoscritta, da Alessio di cui vi ho già parlato e da Stefano, il terzo componente del fantomatico Trio de Janeiro. Tutto si basa sul concetto di “stronzo” che per noi è una via di mezzo tra cool e trash: ci troverete foto, articoli, giochi di parole e qualsiasi altra cosa abbia solleticato la nostra coscienza stronza. I nostri nomi in codice sono Sweet Lana (Svetlana), A.K. Tojo (Accappatoio) e Sir Joe (Sergio) e il nostro obiettivo è diffondere questa filosofia nel mondo!

Cover pic: Renato D’Agostin