Un romanzo inglese è il nuovo libro di Stèphanie Hochet edito in Italia da Voland, una finestra elegante e intensa sulla storia personale di una donna. Siamo nel 1917, la prima guerra mondiale scuote Londra e l’Inghilterra e i protagonisti, Anna e la sua famiglia, si rifugiano nella campagna inglese con i propri domestici. Anna è una donna di cultura: sta riprendendo lentamente il suo lavoro di traduttrice dopo la nascita del figlio Jack, mentre il marito Edward continua il suo lavoro di orologiaio molto faticosamente per colpa della guerra. Lei donna di cultura con un mondo interiore in fermento, “una donna inquieta e sofferente alle convenzioni” si legge in quarta di copertina, lui meticoloso, freddo e prevedibile come gli ingranaggi che ripara.

I pensieri di sua moglie gli sono completamente estranei. Non ha mai capito davvero come funzionano le donne. E poi cos’è davvero una donna? Un uomo al contrario? In che modo, al contrario?

La sua vita la opprime e questo senso di oppressione e insicurezza permea tutto il romanzo: Anna si pone domande continuamente e ha paura delle sue risposte. Riflette sui movimenti femminili dell’epoca, sulla battaglia delle suffragette, sulla condizione della donna e sulla sua, prigioniera di una relazione che è cambiata col tempo e delle paure che la guerra e i bombardamenti portano con sé. In questo equilibrio tormentato arriva George per aiutarla col suo bambino e l’equilibrio già precario traballa. Non c’è scandalo, però, George accelera e amplifica involontariamente un flusso di coscienza che mescola i volti della vita di Anna, i postumi di una guerra dall’impatto devastante e i dubbi di vita di una donna. Ed è questo il tema centrale di Un romanzo inglese: in una società che attribuisce ruoli per convenzione c’è Anna che scalpita e mette in dubbio tutto ciò che le hanno detto di costruirsi, cioè un matrimonio, un figlio, una vita privilegiata al riparo. Siamo nel 1917, dicevamo, ma la realtà è che questo tribolare potrebbe essere facilmente contestualizzato anche quasi 100 anni dopo, nei giorni nostri.

In un’epoca in cui il nuovo femminismo scalcia per conquistare su tutti i livelli una parità naturale e sacrosanta, il racconto di Stèphanie Hochet sulla sua Anna infelice è più contemporaneo che mai e combatte i pregiudizi sulla maternità e sul ruolo della donna che resistono coriacei ancora oggi. La strumentalizzazione contemporanea della maternità, rimasta da sempre un dovere, come nel 1917 in Inghilterra, pretesa da ogni donna come fosse l’unico suo scopo di vita, si scontra con la narrazione della Hochet che ci mette davanti una donna che ama suo figlio, ma che allo stesso tempo non riesce a governare i suoi istinti, le sue necessità di individuo pensante. E come dirà Anna stessa nell’epilogo inaspettato della sua storia:

Ho salvato Jack dalla deriva di un amore malato.

Questa la sfida di Un romanzo inglese: metterci davanti ad una donna tremendamente moderna e alla sua lotta furiosa con le convenzioni, con il giudizio di sé, con quello del marito. Quanto è scandaloso per il pensare comune che poi la gioia ritrovata di Anna non passi per la maternità? Stéphanie Hochet confeziona un diario personale ad un primo approccio leggero, che quasi scivola tra le dita, ma che in realtà scava un solco nelle convenzioni sociali di cui siamo ancora vittime e che ci mette di fronte ad una realtà inconfutabile: il trionfo, non senza dolore, di una donna che fa della sua inquietudine una conquista. Anche questo è femminismo.

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