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In un’orchestra, così come in un film, c’è chi esegue e chi dirige. Non sempre chi dirige ha il talento di chi esegue, quasi mai chi esegue possiede la peculiarità del direttore d’orchestra (o del regista). Lo scarto tra i due risiede nella visione d’insieme: lo sguardo sinottico che comprende l’accordo delle parti nel tutto, la percezione quasi divina dell’universale attraverso il particolare.

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Steve Jobs di Danny Boyle racconta la storia di un visionario direttore d’orchestra con un sapiente gioco di specchi dove il film stesso diventa una sinfonia da dirigere. Il regista conosce la musica e ci mostra i retroscena del concerto: Jobs, il grande demiurgo e il grande dittatore, con la sua bacchetta e una imperscrutabile visione nella testa, il primo violino, la sua assistente Joanna Hoffman, il diligente pianista Steve Wozniak, partner degli esordi e poi Andy Hertzfeld, l’ingegnere del software e John Sculley il CEO della Apple, rispettivamente alla tromba e al trombone. Il tappeto ritmico sono Lisa e Chrisann Brennan, la figlia riconosciuta tardivamente da Jobs e la sua testarda madre. Le uniche a sconvolgere la compatta perfezione dei suoni immaginati da Jobs, con un colpo di tamburo inaspettato, un piatto che sbatte e fa perdere un battito al cuore.

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Il film racconta il dietro le quinte di un importante concerto, gli imprevisti delle prove, e soprattutto i fallimenti privati nascosti dietro quelli pubblici del fondatore della Apple. Non i suoi successi dunque, perché quelli li sappiamo a memoria, ma la faticosa scalata di un genio dall’animo pieno di ombre. Michael Fassbender ci fa dimenticare di non somigliare per niente a Jobs, studiandone le pose e le espressioni, intrattenendoci con i suoi vizi e i suoi vezzi, senza mai scivolare nella macchietta o nella celebrazione. Kate Winslet – immensa – mostra una forma sublime d’amore, un volto che si fa ora duro ora tenero, ora severo, ora commosso. Una donna che è moglie e madre e amica pur non essendolo di fatto; l’unica a restare, a costo di bruciare nella luce accecante di una supernova al lavoro.

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Al netto degli affetti bruciati, resta Steve Jobs, il suo amore passionale, quasi carnale per la bellezza, che diviene gelosia ed egoismo. Un amore da salvaguardare ad ogni costo, talvolta diventando il dio che consegna il fuoco sacro dell’arte all’umanità, pur custodendo per sé e sé soltanto il segreto della creazione. Un uomo con una capacità di immaginare fuori dall’umano, ma non abbastanza umano per immaginare al di fuori di sé e dei suoi difetti. Jobs, come le sue creature, è un sistema bellissimo e complesso, ma “end-to-end”: incompatibile con qualunque altra forma di vita che non gli somigli, chiuso in una bellissima scatola nera entro la quale è possibile sbirciare, ma impossibile da aprire, indagare o sabotare.

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Pur mantenendo intatto il fascino di una mente ambiziosa e innovativa, il film di Boyle ce ne mostra i vicoli ciechi e le inevitabili sbavature, prima su tutte l’incapacità di raggiungere un traguardo se non in solitaria, l’impossibilità dunque di condividere il proprio successo che conduce ad una posizione di scomoda supremazia, lì dove la figura pubblica – mai mostrata se non di spalle – raccoglie quell’amore che la figura privata perde, ad ogni passo, mentre s’avvicina alla perfezione.

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Nella nostra posizione, sotto quel piedistallo, in platea, noi non possiamo che applaudire, beati ma ignari, sfiorando i contorni del sogno di un uomo che ha pensato i computer come fossero quadri, troppo costosi perchè tutti li potessero ammirare, troppo perfetti perché ai nostri occhi il pittore apparisse ancor più imperfetto di noi.

Qualcosa dunque manca perché la sinfonia sia sublime, un piccolo dettaglio eppure il più importante di tutti: “il bello è il simbolo del bene morale”. Immanuel Kant, Critica del Giudizio.

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Come gli rimprovera il vecchio socio Wozniak in un riuscitissimo alterco, da ragazzi, sconosciuti al mondo, belle, ma non buone, le creature di Jobs avevano tutti i difetti del loro creatore e proprio per questo, forse, non sono riuscite a salvarlo.