Questo è uno di quegli argomenti che ogni donna spera sempre siano superati nel momento in cui fa i primi passi nel mondo del lavoro, e – in realtà – durante tutta la carriera: stiamo parlando di differenze tra uomo e donna in ambito lavorativo e diversity management. Un tema che è anche collegato ai problemi di molestie, aggressioni verbali e pregiudizi comportamentali nei confronti di donne, persone omosessuali e minoranze etniche. Probabilmente avete già pensato al gender gap o disparità di genere.

Nel 2017 la considerazione della diversità come un valore aggiunto dovrebbe essere un punto di partenza: non un problema.

Domenica 8 ottobre ho partecipato al TEDxVerona, un evento del ciclo speciale del famosi TED talks, organizzato quest’anno con il tema “Time to Rock”. Durante la giornata mi ha colpito un talk portato da Paola Bonomo che ha portato il tema della disparità di genere all’attenzione di tutti come un problema riconosciuto a tutti gli effetti (finalmente). Diversi manager a livello internazionale infatti hanno individuato nel diversity management una soluzione per cambiare lo stato delle cose.

La storia del gender gap sul mondo del lavoro inizia molto tempo fa, uno dei momenti più emblematici, nel 1991, è stato il Caso Anita Hill / Clarence Thomas passato alla storia nel mondo americano per aver spaccato l’opinione pubblica sulla scelta della nomina di un giudice della Corte Suprema (accusato appunto di molestie sessuali). Prima di allora l’accesso all’educazione era uno degli ostacoli oggettivamente più grandi per permettere l’accesso al mondo del lavoro alle donne e gli stereotipi e i pregiudizi tra classi ed etnie erano estremi. Se volete un riassunto veloce potete fare un binge watching della serie tv Mad Men e capirete esattamente di cosa sto parlando.

Pregiudizi e stereotipi nei confronti di una minoranza di genere o etnia hanno sempre portato disparità, spesso limitato le carriere professionali, in alcuni casi danneggiato in modo vero e proprio aziende e creato un ambiente di lavoro ostile.

I bias che abbiamo nei confronti di una categoria di persone, i pregiudizi sociali con cui siamo cresciuti, ci fanno vivere e lavorare peggio.

In particolare il problema è diventato ancora più evidente con il gender gap nell’industria tecnologica, o in ambienti legati al mondo STEM – dove la possibilità per le donne di accedere a posizioni con rapida crescita professionale e alta competenza lavorativa – è ancora molto complessa. Quest’anno la Silicon Valley (ma anche l’Europa) ha di nuovo vissuto un’estate calda: un crescendo di accuse da parte di donne che hanno dimostrato una vera e propria discriminazione in ambiente lavorativo, come nei casi Google e Uber, che hanno fatto il giro del mondo come ha spiegato bene Alessia Camera in questo articolo su Wired.

È in questo contesto per esempio che due founder, donne, di una start-up, hanno deciso di inventare un terzo socio uomo nel loro progetto come soluzione dettata dalla triste consapevolezza che questo le avrebbe aiutate enormemente nella presentazione dell’idea e nella possibilità di accedere a investimenti. Una scelta legata in parte anche al retaggio culturale, ancora presente in alcuni ambienti, che fa riferimento a una presunta inferiorità intellettuale o minor capacità di giudizio del genere femminile, che l’anno scorso ha coinvolto anche le astronaute Jessica Meir e Katherine J Mack.

Provate voi a prendere un dottorato di ricerca in astrofisica, e poi ne riparliamo.

Capirete quindi che partendo da uno stereotipo che causa la disparità di genere possiamo sicuramente assumere un modo diverso di lavorare seguendo nuove prospettive, per esempio considerandoci in primo luogo consapevoli delle nostre capacità e vederci in ruoli manageriali, e iniziare a fare scelte complesse come condividere e denunciare a voce alta abusi e pregiudizi. Di certo il caso Weinstein non ci sta dando una speranza di un futuro luminoso: abbiamo avuto la prova negativa di donne che hanno accusato altre donne, e della mancanza di apertura e condivisione dei valori.

È qui che arriva il diversity management: potrebbe fare la differenza per prevenire e cambiare le situazioni che si creano in un ambiente di lavoro o un rapporto sociale, partendo proprio dalle persone che sono coinvolte. Ecco le tre idee che Paola Bonomo – top manager e advisor, vincitrice del premio Business Angel del 2017 – ha deciso di proporre al TEDxVerona. Idee da condividere con pazienza e insistenza, se serve, con altre donne e soprattutto con uomini che hanno pregiudizi e stereotipi ancora ben saldi.

1. Create un nuovo tipo di igiene dell’ambiente di lavoro: chiedete di lavorare bene, perché lo meritate

Abusi e pregiudizi spesso partono da abitudini comportamentali sbagliate: una parola fraintesa, uno stereotipo non chiarito, situazioni in cui il pettegolezzo d’ufficio è più importante di tutto il resto. Chiedete e iniziate a diffondere le idee di parità tra i sessi partendo da uno dei temi più forti degli ultimi mesi in tema di diritti del lavoratore: il congedo parentale distribuito che può essere una delle prime soluzioni a ridurre l’ostacolo del congedo obbligatorio di maternità, un limite che ha causato negli anni anche casi di licenziamento.

2. Adottate un occhio critico nei confronti di news, contenuti online ed educazione

Dobbiamo iniziare a chiedere e pretendere che i mass media, i brand, le pubblicità non facciano ironia sugli stereotipi di genere e combattere il sensazionalismo del giornalismo che fa emergere casi di abusi dove le donne, vittime, si vedono spesso messe alla pubblica gogna. Le donne sono le prime persone ad allevare, crescere ed educare future donne e uomini: dobbiamo pretendere che le informazioni e l’istruzione che hanno le nuove generazioni non si basino sugli stessi bias e retaggi culturali.

3. Costruite un ponte verso chi ha un pregiudizio (sì: stiamo parlando anche degli uomini!)

Non si tratta di accettare un comportamento sbagliato, un pregiudizio o un abuso nei propri confronti: piuttosto chiarire in modo trasparente e oggettivo quando una situazione si basi su un presupposto scorretto. Nel caso di ambienti con una presenza molto alta di colleghi uomini potrebbe essere utile creare delle alleanze proprio con gli uomini per diffondere informazioni e punti di vista che vanno a correggere un pregiudizio infondato. Anche in ambienti lavorativi con un alto numero di donne l’integrazione tra gruppi di età e background diverso può prevenire situazioni di disparità create da donne verso donne o scelte aziendali che potrebbero portare al pinkwashing.

E a questo punto, il passo finale è un po’ l’entrata ad effetto di Ruth nella prima puntata di Glow, come spunto per partire con tutta la carica che avete. Paola Bonomo ha dato un consiglio semplice ma efficace da adottare in quanto donne e professioniste:

“Vincere la timidezza e non avere paura di alzare la voce sulle questioni importanti”

Nel 1991 un articolo del New York Times – analizzando le dinamiche del caso Clarence Thomas – è riuscito ad evidenziare il tema centrale: le molestie sessuali e gli abusi sono sempre legati a questioni di potere, non si tratta solo di piacere, desiderio o aggressione fisica e verbale, è un modo per fare in modo di rendere una persona vulnerabile.

E nessuno dovrebbe avere un potere di questo tipo.

 

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Credits ph. Paola Bonomo: TEDxVerona