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Il Primavera Sound è il festival più bello del mondo? Mi sa di sì. Il riassuntone.

Una delle cose che tutti sanno del mondo hipster è che il vero hipster non si deve mai definire tale, pena perdita di status guadagnato a suon di geloni alle caviglie a gennaio. Se c’è un festival che accoglie il popolo hipster – insieme agli amanti della musica e del vedere un sacco di super concerti nel giro di tre giorni – è il Primavera Sound. Un obiettivo raggiunto con tempo e pazienza (questo è stato il 15simo) e con un ordine e un’attenzione per i particolari che poi ti domandi come sia possibile non fare coda per il bagno dove ci sono 80mila persone mentre al bar dove fai l’aperitivo invece sì. Fatta questa premessa, e tenendo conto della proprietà transitiva, i reduci dal “festival più bello del mondo” dovrebbero avere un tono compassato e sobrio, evitando di incensare la loro trasferta spagnola a qualsiasi persona chieda loro «Com’è andata allora a Barcellona?». Ne va dello status, si diceva. E invece no, è cosa impossibile. È impossibile togliersi la “pulsera”, non usare la totebag che hai puntualmente acquistato ai banchetti. È impossibile non rispondere con un WOW alla domanda com’è andata. Innanzitutto perché è complicato nascondere gli effetti (oltre che la pulsera che no, non me la tolgo per almeno dieci giorni). Ritrovare i ritmi circadiani del sonno sarà complicato per almeno una settimana, e anche il concetto di pranzo non se la passa troppo bene. Vagare quindi per la città infastidita dal fatto che nessuno alle 16 ti prepari delle uova alla Benedict o quanto meno dei calamari fritti. Ascoltare musica a ripetizione e snobbare qualsiasi amico ti dica “vieni a vedermi? suono al pub da Maurizio”. Parlare di come tutto al Forum fosse ordinato e ben organizzato, e che solo gli Strokes si sono concessi – a’ diviii – un quarto d’ora di ritardo. Accusare un leggero fastidio alle gambe. Tutto riassumibile con: voglio tornare al Primavera Sound.

Ma siccome non sono un’hipster e ho il dovere di cronaca, ecco un po’ un riassunto della trasferta catalana, che ovviamente non ha combaciato con le mie intenzioni iniziali.
Mark Kozelek e i suoi Sun kil moon aprono il mio personalissimo festival (in realtà dopo una sonora introduzione firmata Interpol all’Apolo) e in un Auditori quasi magico inanella la sua pastorale americana fatta di racconti senza una vera fine.
Salto Anthony and the Johnsons per evitare ulteriori spargimenti di lacrime.
Degli Spiritualized a dei volumi troppo bassi rallentano il mio ufficiale ingresso nel mood “wow”.
C’è una cosa che ho notato, traendo le somme di questo festival. La maggior parte di quei gruppi da sold-out e che dalla scena più o meno indipendente fanno breccia nel mainstream, in queste situazioni hanno una resa davvero al di sotto delle aspettative, forse e soprattutto se paragonati a tutto il resto. È il caso ad esempio dei Black Keys, che faticano anche con le hit a dare slancio al pubblico, lasciando pause di quasi un minuto tra una canzone e l’altra. Stesso discorso per gli Alt-J, che hanno suonato il giorno dopo. Spesso stonati, spesso fuori tempo. Insomma, uno jodel con delle basi sotto. Tipo che dopo l’iniziale curiosità (quando mai sarei andata a vedere un concerto degli Alt-J? Credo mai) me ne sono andata a vedere Jon Hopkins (e qui, yeah). Ma poi, dopo El Camino e compagnia bella, ecco la classe, il talento: James Blake. Era la prima volta che riuscivo ad vederlo e beh, non vedo l’ora ricapiti di nuovo. Bellissimo. Tutto – dopo una spruzzata di Tales of us in fattanza stage – si chiude con i Jungle, un vero party al Ray-ban stage dove credevo di riposare gli arti inferiori ma poi invece mi sono ritrovata a ballare felice. (Dopo un giovedì moscetto, anche per genere, ci voleva proprio).
Venerdì inizio con un po’ degli spassosi The new pornographers per poi tradire Patti Smith con Tobias Jesso jr. Un pianoforte a coda e una chitarra acustica si alternano per accompagnare le belle canzoni del giovine, che però non riesce a vincere la lotta contro i mostri del male chiamati brezza di mare (siamo al Pitchfork stage), caos proveniente dai due palchi vicini che giustamente fanno il doppio del casino che fa lui, da solo con i suoi due strumenti. Forse per questo set l’Auditori sarebbe stato più azzeccato. E poi succede l’incredibile: nella disperata – e costante – ricerca degli amici perduti, incappo in Damien Rice invece che nei Belle&Sebastian. Un uomo da solo sul Primavera stage, il più grande dei palchi insieme all’Heineken. Tramonto, io da sola mentre attorno a me la gente probabilmente si giura amore eterno, lui che non ne sbaglia una con carattere, presenza scenica e alcuni classiconi che sono – lo sappiamo – da pelle d’oca. Risultato: voglio dichiararmi a Damien (con barba) e mi commuovo da sola.
Dopo un paio di pezzi recuperati dei B&S, ecco i Ride. Per loro posso solo dire che forse sono troppo giovane per amarli come probabilmente alcuni attorno a me li amavano. Degli Alt-J ne abbiamo già parlato e di Jon Hopkins pure. Quindi passiamo a sabato.

Inizio in solitaria con Mac deMarco. Pazzo lui e quella coppia di amici con cui si accompagna. Lui rompe una corda, e mentre la cambia intonano Yellow dei Coldplay ovviamente in maniera fatta come è giusto che sia. Per chiudere il tutto, Mac si fa portare tramite crowd surfing fino al mixer e ritorno. Forse uno dei migliori live del Primavera insieme a quei pazzi (se non si era ancora capito, i pazzi ai festival sono i migliori) dei Foxygen, subito dopo. Metà dell’area vip è vuota, svogliati avventori pascolano nel loro recinto mentre io prego il buttafuori di farmi entrare. No. E vabbè li vedo bene comunque e lui, Sam France, è un pazzo vestito con un completo di lino anni Settanta. Un mix tra Mick Jagger e Iggy Pop mentre delle ballerine consumano le calorie di una teglia di parmigiana nel giro di sessanta minuti. Ah, poi ci sono due che vestiti da Beatles à la Sgt. Pepper giocano a carte sul palco al posto di suonare, cosa che comunque fanno da dio. Fantastici. Mi ribecco gli Interpol al posto dell’Unknown mortal orchestra per un motivo molto semplice: non vedere gli Strokes da un chilometro. Ma ecco la mia DeLorean: Julian Casablancas esce che sembra un parcheggiatore punk (maglia fluo del Barça, gilet di jeans sopra, occhiali tipo Vasco e capello bicolor nero e rosso). Mi viene un colpo al cuore ma in realtà se chiudo gli occhi è tutto come prima, come dodici anni fa: canto a squarciagola, mi invento le parole, pogo. Il guaio è che ne avrei voluto di più. Rimango nel mio limbo tardo anni Novanta – Zero ballando con gli Underworld e dando compimento a un obiettivo della vita: cantare (a caso) e ballare Born Slippy. Caribou mi riporta nel contemporaneo e anche senza amarcord è bellissimo lo stesso: una Sun ipnotica chiude l’esibizione. Si finisce con Dj Coco, con i filmati di quindici anni di Primavera Sound dal Ray-Ban stage, con l’organizzazione che sale sul palco a ballare e con i fuochi d’artificio finali. Pelle d’oca davvero. Poi, una versione ectoplasmatica e molto rock’n’roll di me ha preso un aereo alle otto di mattina ed è piombata alla noiosa routine.

I fuochi d'artificio finali

I fuochi d’artificio finali

Ecco, vi ho raccontato tutto, vi ho buttato addosso tutto quello che vorrei raccontare a tutti quelli che mi chiedono «Com’è andata a Barcellona?» ma che per pietà risparmio. Ci vediamo l’anno prossimo, Primavera Sound, sei sempre il più bel festival del mondo. 

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