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Thegiornalisti. L’intervista.

Il loro Fuoricampo rischia di essere in cima alle amate/odiate classifiche di fine anno di molti. È che i Thegiornalisti hanno messo piede nella nostra estate con Promiscuità, con i corpi sudati, le voglie e non se ne sono andati più via. Complici pezzi che ti prendono, ti fanno prima battere i piedi a suon di batterie elettroniche e synth, e poi – qui sta il segreto – ti fanno cantare. Perché quando ci domandiamo chi resterà, cosa resterà, di questa nuova musica indipendente, di queste tonnellate di byte e di brani di Spotify, la risposta è sempre la stessa: rimane chi ti fa cantare. Rimane chi riuscirà a creare un’associazione mentale tra una parola a una sua canzone. E i Thegiornalsti con questo Fuoricampo hanno tutte le carte in regola per riuscirci. L’immaginario è ancora una volta quello romano, che in questi ultimi anni pare particolarmente ispirato. Ma Roma è tanta come le uscite del Gra, per questo i gruppi non sono tutti uguali. I Thegiornalisti giocano con quella romanità frescona, quella che meglio di tutti l’hanno dipinta i primi film di Carlo Verdone. Non è un caso se leggendo i testi e le interviste di Tommaso, paroliere e frontman, viene in mente Manuel Fantoni. Quello dell’imbarco sul cargo battente bandiera liberiana. Ma Tommaso giura di non averci raccontato nemmeno mezza fregnaccia. E noi gli crediamo.

Cosebelle: A parte un cantato tiratamente dalliano, forse è proprio l’usare le parole come “tette” e “culo” nel loro significato concreto in una canzone pop a far trasalire noi italiani moralisti. Perché secondo te?
Tommaso: «Sono parole come tette e culo a rendere la canzone una canzone con carattere. Non sono usate generalmente nella poesia o nella canzone italiana ma sono nella bocca degli italiani tutti i secondi. Non mi sembrano così sconce, anzi, e gli italiani non mi sembrano così moralisti, anzi. Almeno quelli che ascoltano di solito i Thegiornalisti».

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CB: Il rap invece si nutre di questo slang. Tu dici molte parolacce?
T: «Dipende dal contesto. Cerco di sfruttare al massimo i pregi della lingua italiana: italiano standard, colloquiale, alto. Quando mi incazzo, di rado, ne sparo via a raffica».

CB: Com’è nata questa svolta Eighties? Cosa è cambiato per sentire vostro questo stile musicale?
T: «È solo una veste, non parlerei di svolta. Cambiamo di continuo e più cresciamo più troviamo una nostra precisa identità, che come tutte le identità non è mai identica a se stessa ma assume sempre diverse forme. Le tastiere e quelle cose tipiche della musica anni ‘80 ci sono servite per dare risalto alla malinconia delle canzoni nel disco. In realtà all’estero quella che noi definiamo musica anni ‘80 viene definita con altre parole, non sono così bacchettoni; qui invece la sfida è trovare le somiglianze con la musica del passato».

CB: Molte delle realtà musicali indipendenti degli ultimi anni sono romane. Ad esempio, per certi versi avete una lente simile a quella dei Cani: spesso parlate di quello che avete davanti in un modo diverso ma altrettanto descrittivo e quasi distaccato, di spettatore. Quanto conta la “romanità” in questa visione?
T: «Moretti, Verdone, Vanzina, Venditti, De Gregori, ce li abbiamo dentro. Non ti so dire perché, siamo tutti in qualche modo attratti irresistibilmente a descrivere in modo personale la società che ci sta intorno. Forse perché Roma è così caratterizzante e caratterizzata a partire dalla scuola elementare per non parlare del liceo. Ti trovi subito di fronte delle realtà così particolari che non puoi tralasciare se fai un lavoro di scrittura».

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CB: La differenza (il paragone non continuerà oltre, lo giuro) con Niccolò Contessa è una tua maggior strafottenza, che si percepisce anche nei testi. Quanto è vera e quanto è invece Manuelfantoniana?
T:
«Abbiamo un modo diverso di scrivere io e Niccolò, ma paradossalmente mi sento molto vicino a Glamour dei Cani più di quanto lo sia al modo in cui ho scritto Vecchio, il nostro secondo disco. Una canzone come Corso Trieste si potrebbe trovare persino in Fuoricampo. Diciamo che la cosa che magari ci differenzia, almeno leggendo i nostri testi, è che io mi lascio trasportare spesso dal vizio, vittima delle debolezze umane della carne, del cibo e del bere, e perdo facilmente la testa per un sacco di cose, quindi mi lascio trasportare fino in fondo e la canzone si scrive da sola. Niccolò mette spesso in luce le sue fragilità (vedi Lexotan) però sembra quasi un descrittore esterno di se stesso, mantiene sempre una certa razionalità. Architettura razionalista lo definirei. Io forse un po’ più naif».

CB: Prima di Fuoricampo, ammettiamolo, una delle cose che più vi ha fatto emergere è stato quel famoso elenco di “offese” nei confronti dell’indie italiano. Avete cambiato idea su qualcuno? Che offesa useresti oggi per i TheGiornalisti?
T: «Quegli insulti, che non definirei insulti, sono stati un semplice post su Facebook. Non mi aspettavo che andassero oltre, a me alcuni divertivano, ma non erano seri. Alla fine quando li ho scritti avevamo 2000 fan se non meno, cioè non eravamo proprio nessuno ma alla fine ci siamo accorti che ci conoscevano tutti. Fondamentalmente abbiamo preso di mira tutta gente di cui o siamo amici o stimiamo, gli unici che non se la sono presa alla fine sono stati proprio loro. Un insulto per i Thegiornalisti? Giuro che non mi viene al momento, lasciamo il gusto agli altri di poterci insultare a loro piacimento».

CB: In molti dicono che il vostro nome sia brutto, io – sarà per affezione professionale – non lo trovo affatto male. Come vi è venuto in mente?
T: «Perché volevamo avere un nome di una categoria di persone che si limita a scrivere cose. Poeti, scrittori, cose simili ci sembravano nomi di gente che si stava prendendo troppo sul serio. Thegiornalisti è abbastanza demenziale, autoironico, esattamente come siamo noi. Il The gli dà una dimensione musicale ed evita di creare casini di ricerca su Google».

CB: “I giovani di oggi si vestono di merda”. Come si vestono i TheGiornalisti?
T: «Non come i giovani che si vestono di merda. Sobri, come sento dire spesso in questi giorni, new normal. Ci vestiamo come Catherine Spaak nella Voglia Matta di Salce però al maschile».

CB: Tre musicisti che senti tuoi, per influenza e ascolti.
T: «Vasco, Dalla, Venditti. Del passato. Cani, Il Triangolo, Baustelle. del presente. Haim, The National, Future Islands. all’estero».

CB: Una frase che scriveresti sulla tua Smemoranda.
T: «Non avevo la Smemoranda perché pesava troppo. E poi non scriverei nulla, ci farei dei disegni».

CB: Un locale di Roma che consiglieresti e che senti faccia parte di Fuoricampo.
T: «Beh, Il Goccetto di Via dei Banchi Vecchi e la Baia di Fregene».

CB: Il libro che stai leggendo.
T: «Il Cardellino».

CB: Un disco che ti sta accompagnando durante questo inizio di tour e uno che invece c’è stato durante la scrittura di Fuoricampo.
T: «In questo tour il mentore è Venditti, è il nostro inizio e la nostra fine. Durante Fuoricampo dire Days are Gone delle Haim, più ovviamente tanto Dalla».

CB: Una serie tv.
T: «Game of Thrones tutta la vita».

CB: La tua gif preferita.
T: «Non so bene che sia una gif, se è un’immagine che si muove non ne ho idea».

CB: Una Cosabella.
T: «Catherine Spaak».

CB: Backstage-domanda. Quante fregnacce mi hai raccontato?
T: «Neanche mezza».

Puoi ascoltare Fuoricampo dei Thegiornalisti qui.