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M+A, l’intervista.

Se non conoscete gli M+A potreste soffrire di una malattia. Niente di grave, non preoccupatevi, ce l’hanno in molti. È quella malattia di amare un sacco di cose bellissime, è vero, ma soprattutto quando vengono da fuori confine. Di solito uno dei sintomi più frequenti è lamentarsi del piatto panorama nostrano a livello artistico/musicale/etico/eccetera. E quando dico che ce l’hanno in tanti è proprio così, ce l’ha pure Stanis La Rochelle, per dirne uno di famoso. Ecco, se vi piacciono quei suoni un po’ elettronici, un po’ hiphop, un po’ R&B, un po’ ammerigani, e magari pure Beck, non serve strappare biglietti aerei. State qui. Gli M+A fanno al caso vostro. Alessandro degli Angioli e Michele Ducci riescono a ricreare atmosfere da West Coast, da risate rese mute dal riflesso della luce di un sole grande così che tramonta all’orizzonte. Il plus è che spesso le ricreano a distanza, perché non vivono troppo vicini (uno in Romagna e uno a Londra), confrontandosi e anticipando intuizioni a cui poi riescono a dare l’amalgama. È il caso della loro seconda fatica uscita per l’inglese Monotreme Records (visto che oltremanica le cose valide le sanno notare). These Days lascia in stand-by quella deriva più “perfettina” – dunque inevitabilmente più fredda – del loro primo disco, Things. Yes. These days è un disco caleidoscopico, pieno di colori e di cambi di passo che pescano nell’R&B e nella black music, nell’elettronica e nella bossanova riuscendo a trovare sempre un denominatore comune, anche quando a vederli così, dal di fuori, questi spunti possono sembrare molto lontani.
Altro che presidio Slow Food del Coniglio grigio di Carmagnola, gli M+A sono un vero e proprio presidio da coccolare e consumare nelle orecchie.

Cosebelle: Ascoltando These days si viene catapultati automaticamente in due ipotetiche realtà parallele. Al mare, nel bel mezzo di un tramonto, oppure a una festa in uno di quei loft newyorkesi con un sacco di gente bella e di cappelli New era. Siamo noi o siete voi? In caso, quale delle due realtà preferite?
M+A: «Mare, tramonti e tutte quelle cose lì».

CB: I ritmi e il sound più “intimi” e freddi di Things.Yes hanno lasciato spazio a degli altri molto più radiosi e caldi, all’hiphop. È un percorso che avete fatto anche personalmente? Cosa vi ha ispirato nel comporre questo disco?
M+A: «Non c’è un percorso, all’inizio niente è problematizzato. Ascoltiamo tanta musica che metabolizziamo automaticamente. These Days è una specie di carteggio tra me e Alessandro: nei carteggi si scherza, anche, perciò tante volte si va per tentativi, senza percorsi».

CB: Nonostante tutto questo, visti live e leggendo qualche intervista mi è sembrato di capire che non siete questi gran animali da party… Cosa vi piace fare quando non suonate o componete nuovi pezzi?
M+A: «No, non lo siamo. Io studio filosofia, Alessandro design. E poi viviamo. È tutto all’insegna dell’incastro, per ora».

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CB: Posso sbilanciarmi? Mi sbilancio. Il vostro è uno dei merch più belli. Tshirt curate, borsette di stoffa, stampe. Insomma, una sacco di roba bella. Come mai date molta importanza a questo ambito?
M+A: «Grazie. Perché ci permette di dire le stesse cose con altri strumenti e, nel farlo, ci fa vedere come le cose possono diventare altro pur rimanendo le stesse: sono variazioni sul tema».

CB: Anche gli artwork sono molto curati e in quello di These days si percepisce, ancora prima di ascoltarlo, un’atmosfera tropicale. Come mai? Avete fatto un viaggio, avete approfondito questo mondo in qualche modo o è nato tutto spontaneamente, creando i pezzi?
M+A: «Niente viaggi. Abbiamo ascoltato molta bossanova, avevamo in testa quei toni».

CB: Spesso vi accomunano a Washed out. Per quanto mi riguarda il vostro è un sound che vedo molto più connesso a una dimensione metropolitana, che anche quando vuole essere intimo risente della frenesia tipica di quelle enormi città. Voi che ne pensate?
M+A: «Sì, anche!».

CB: Avete fatto una cover di Mia, Paper planes, e l’avete resa delicata, quasi una filastrocca. Dunque molto diversa dall’originale. Il concetto potrebbe essere “pure Mia, anche se fa la gradassa, sotto sotto nasconde un cuore di bambina”?
M+A: «Absolutely!».

CB: Come fate quando componete? Cioè, dato che vi capita di stare parecchio lontani come vi organizzate? Questa distanza quanto vi ha aiutato nella composizione e quanto invece vi ha messo i bastoni tra le ruote, magari facendo ogni tanto un pensierino al “mi arrangio da solo”?
M+A: «Al momento è stata una cosa ottima: ci ha permesso di essere un gruppo impossibile, un gruppo che non è un gruppo. Ci confrontiamo, ognuno ha del materiale e lo condivide con l’altro. Certamente la distanza rompe un po’ le tempistiche, rallenta tutto. Stiamo cercando di perfezionare la cosa».

CB: Nei vostri pezzi prendono vita moltissimi strumenti. A quali siete più affezionati, quali vi piacerebbe portare con voi nei vostri live oltre a quelli già presenti?
M+A: «Marco Frattini, il batterista, anche se è già presente».

CB: Tre musicisti italiani e tre internazionali che sentite un po’ vostri, per influenza e ascolti.
M+A: «Miami Golem, Spin off , Lies e Piero Umiliani. E poi Portico Quartet, Cornelius e Beck».

CB: Una frase che scrivereste sulla vostra Smemoranda.
M+A: «“hey hey!” e “Non siamo noi che diciamo le cose, ma sono le cose che dicono in noi ciò che loro sono”».

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CB: Vivete tra Londra e Bologna, e se non sbaglio avete fatto anche una puntata a Berlino. Un posto che consigliereste assolutamente delle città in cui avete vissuto, magari lontano dai soliti circuiti.
M+A: «Tra Forlì e Carpinello c’è un santuario molto bello: il santuario di Santa Maria delle Grazie di Fornò. Lo consiglio».

CB: Un luogo che amate, a cui siete legati e che quando scrivete diventa setting del vostro sound.
M+A: «Non saprei, non credo ce ne sia uno in particolare».

CB: Spoglierò Alessandro e Michele. Cosa troverei nel vostro guardaroba?
M+A: «Dei morti, sicuramente».

CB: Avete un feticcio, un accessorio o un capo che acquistate con ritualità o che collezionate?
M+A: «Sfere, minerali e cristalli».

CB: Il libro che state leggendo.
M+A: (risponde Michele) «“Le mosche del capitale” e “Scritti Fenomenologici”. Uno per diletto l’altro per macinare crediti».

CB: Un disco che vi sta accompagnando durante il tour o la scrittura del disco.
M+A: «Non un disco ma un brano, “Move your feet” di Junior Senior».

CB: Questo è un po’ come il giochino che si faceva da piccoli. Qui si risponde la prima cosa che vi viene in mente, tipo le macchie di Roschach.
Dire «Ciao!»
Fare «Ciao!»
Baciare «Mano!»
Lettera «Scritta a mano!»
Testamento «Ciao!»

Ascolta These days qui.