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Tutta scena. I cantautori.

Il cinema italiano sta male, anzi malissimo. No, è morto. Te lo dicono tutti, la parrucchiera e anche quelli che no i cinepanettoni no e poi vanno al cinema a vedere qualsiasi commedia, purché sia americana, s’intende. Poi succede che un film, che ovviamente avevano visto in pochi, dato che non era né una commedia americana né un cinepanettone, viene notato oltreoceano. Un venerdì che hai poca voglia di lavarti i capelli da sola la parrucchiera ti dice hai sentito della Bellezza, lì? Oh, finalmente l’Italia torna a contare. (Ma chi te le insegna queste parole? È sempre così, è l’Italia, non un film, sono tutti quanti gli italiani). Il cinema italiano è morto, lunga vita al cinema italiano.
La stessa cosa accade per la musica nostrana. Che palle la scena italiana, nulla riesce a bucare all’estero e se nulla riesce a bucare all’estero vuol dire che la musica italiana fa proprio schifo. E poi tutti cantano in italiano e se non canti in italiano i grandi numeri non li riesci a fare. Perché agli italiani interessa cantarsi le canzonette mentre stanno lì, in piedi durante i concerti e mentre stanno fermi al semaforo rosso (devo smetterla con questa storia del semaforo rosso). Strano perché i gruppi che in Inghilterra cantano in tedesco infilano soldout su soldout.

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Questo sarà un anno bello, un anno dove la musica, non quella imbroccata con un giro a caso, ma quella ben fatta – perlomeno di solito ben fatta – sembra sarà davvero protagonista. E mi riferisco davvero a un sacco di cose, ma stavolta vorrei parlare dei più vituperati, i cosiddetti cantautori. Che non posso parlare soltanto di uno, ma si tratta di un discorso generale, dove non c’è solo Dente o Brunori o Vasco Brondi o chi volete voi. È e sarà un anno ricco, questo. L’altrieri è uscito Almanacco del Giorno prima, oggi Vol. 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi di Brunori Sas, il prossimo 4 marzo Costellazioni de Le luci della centrale elettrica e il 21 gennaio L’amore fin che dura dei bellunesi Non voglio che Clara. E poi Paletti, che da Foolica è passato a Sugar e capita che in un’ora di radio ti ritrovi Cambiamento insieme a Invece tu di Dente, che stavolta esce con Sony. Fermiamoci qui. Direte chissenefrega, o peggio cheschifo, ma a me pare una cosa bella, importante per quella musica che di solito viene sempre considerata di nicchia, indipendente ma che in molti casi lo è per la difficoltà di bucare il cosiddetto mainstream e non per una reale pretesa di essere per pochi.
La musica d’autore (?) in Italia ha sempre riunito generazioni, ideali, emozioni che sono quasi sempre gli stessi per tutti, solo che non tutti sono capaci a dirli con le parole giuste. Oggi queste parole giuste sono tante ma sono anche al centro di infinite polemiche, fatte spesso da quegli stessi che ascoltano quella musica indipendente e che popolano i social network con opinioni lapidarie. Polemiche del tipo che palle, l’Italia produce sempre sta manfrina qui, l’Italia si piega sempre a guardare all’indietro, questa non è musica è merda e tanta robetta del genere. C’è da dire che tutto sommato la musica continua a piegarsi all’indietro già da qualche tempo e un po’ dappertutto. C’è da dire anche che la tradizione musicale influenza ciò che viene dopo un po’ dappertutto e oggi ognuno decide da cosa farsi influenzare in maniera libera e ampia (anche grazie a internet), soltanto che magari gli Stati Uniti hanno il loro solco musicale, la loro tradizione, come ce l’ha I’Inghilterra e –non agitatevi, ora usciranno le mascherine per l’ossigeno– anche l’Italia. Queste prime uscite, L’amore fin che dura dei Non voglio che Clara, L’Almanacco del giorno prima di Dente e Il cammino di Santiago in taxi di Brunori Sas, dimostrano, ciascuna a modo suo, un’effervescenza positiva. Tante parole belle e tutte insieme (sì, siamo interessati alle parole di una canzone, fatevene una ragione). Una scrittura che spesso fotografa ciò che stiamo vivendo ora, ciò che ci accade e ciò che accade intorno in maniera fulgida. Queste nuove uscite portano con sé parole esatte, fotografie nitide, sonorità pulite, meno banali e più efficaci. Nonostante i detrattori e nonostante certi critici musicali che oggi parlano di queste realtà come se fossero un’epifania proveniente da Marte mentre prima si trastullavano tra Emma e i Modà (che certi cosiddetti esperti di musica, quelli che vanno in tv e “detengono il potere” parlino solo di quello che hanno davanti tutti lo trovo un’abiura al principio stesso di professionalità, ma vabbè).

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Lo so che non è di moda essere felici nell’internet e non voler fare polemiche ancora meno (ma non è forse questa una polemica al contrario?) ma se il mainstream, se le radio fossero farciti –non solo– di questi artisti, de Le mogli, di Miracoli, del Mambo reazionario, sono convinta che la nostra “scena musicale” starebbe meglio. Perché mi pare di ritrovarmi davanti a un sacco di roba bella, e, avrò una mentalità demodé e proletaria, ma per me più una cosa è bella più la si dovrebbe condividere con gli altri. Perché la musica è cultura e la cultura ha il compito di alzare l’asticella di se stessa e, facendolo, la alza per tutti, in tutto. La capacità sta nel farlo senza la pretesa di adesso senti questo perché te tocca (tipo adesso facciamo vincere Sanremo agli Avion travel così sembriamo una nazione avanti), ma spontaneamente, sfruttando ciò che significa la dicitura pop. Almeno, quando si tratterà di guardare indietro al 2014, si troverà anche questo.

Qui trovate i link per ascoltare i dischi.
Dente – L’almanacco del giorno prima
Non voglio che Clara – L’amore fin che dura
Brunori Sas – Il cammino di Santiago in taxi