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Levante, l’intervista.

Succede di avere il superpotere della sintesi. È una cosabella, perché permette di focalizzare il punto mentre tutti gli altri invece ti dicono non so come spiegare, sai è una cosa complicata, è tipo questo ma insieme a quello, ma più il primo. È una cosabella avere il potere della sintesi soprattutto di questi tempi, dove un tweet ben azzeccato pare valere più di mille parole. Levante ce l’ha, anche se pare non esserne troppo convinta. La sua Alfonso è diventata karaoke immediato, soprattutto quando parte il liberatorio inciso: “Che vita di merrrrrdaaaaaaa”. Status condiviso, a giudicare da com’è andata, da un sacco di persone, anche da quelli che di solito storcono un po’ il naso davanti al pop. Levante, al secolo Claudia Lagona, origini catanesi ma trapiantata a Torino, è uno dei nuovi volti della musica nostrana, e, nonostante i suoi pezzi girino in tutte le radio, esce con un’etichetta indipendente torinese, la Inri. (quindi evviva #1) A rendere la cosa ulteriormente curiosa, è che non fa rap e non è uscita da un talent. Il che, di questi tempi, la rende una mosca bianca nel panorama pop italiano (quindi evviva #2).
Tshirt bianche, Dr Martens, tatuaggi sulle braccia, e, in molte selfie, capelli spettinati. Sarà un caso se in un pezzo con le Effemeridi (il gruppo con la quale suonava nel 2009) che trovate su Youtube si scaglia contro le troppo dive, le veline e quelle che per andare a prendere il latte si tirano come dovessero andare alla cresima del cugino. E qui ci tira fuori pure una voce rock e graffiante. In attesa dell’uscita del disco, Manuale Distruzione, ecco lo spogliarello di Simon le Bon.

Cosebelle: Le tre canzoni che per ora portano la tua firma sono parecchio diverse tra loro. Qual è la vera anima di Levante?
Levante: «Io sono tante cose. Non riesco ad immaginarmi chiusa in una singola canzone. In ordine di scrittura è arrivata La scatola Blu, Alfonso ed in fine Memo. Tra queste tre c’è stato un percorso di crescita ma non direi che una mi assomiglia più delle altre. Forse sono semplicemente la somma di tutte e tre».

CB: Come nasce il tuo nome d’arte?
L: «Il mio nome d’arte nasce per scherzo! Chi mai avrebbe pensato di chiamarsi Levante? Era un agosto caldissimo del ’99 a Palagonia, in provincia di Catania, quando, nella noia totale, una mia amichetta scherzando mi chiamò Levante. Mi fece ridere tantissimo così continuammo a scherzarci super anni e poi ,quando mi fu chiesto se avessi o meno un nome d’arte, risposi che portavo con me un soprannome speciale (d’altronde mi ricordava la Sicilia e tutto quello che mi ero lasciata alle spalle, forzatamente)».

CB: Quando hai scritto Alfonso?
L: «L’ho scritto un paio d’anni fa, in un momento buio, nel pieno del cinismo».

CB: Pare che tu abbia “rubato” le parole di bocca (Che vita di merda) ad un sacco di gente…
L: «È stato molto strano! Tutto immaginavo fuorché diventasse un inno per molti. È  anche vero che in moltissimi di noi lo hanno sempre detto ma non credevo venisse apprezzato».

CB: Come ti sei spiegata questo boom?
L: «Alfonso è un misto di tante belle cose di cui, in totale sincerità, mi sono accorta soltanto dopo il plauso ricevuto. È semplice, ha delle sonorità allegre ma parla di una cosa triste e che abbiamo vissuto tutti».

CB: Il disco uscirà, a quanto pare, quest’inverno.
L: «Il songwriting procede bene! Manuale distruzione è stato chiuso a marzo 2013 ma non ho mai smesso di scrivere e comporre. Sto lavorando al secondo disco e fa ridere visto che non è ancora uscito il primo!»

CB: Nel frattempo è uscita Memo.
L: «Memo sta andando molto bene. Radiofonicamente parlando, anche meglio di Alfonso. Parla di una storia d’amore finita e non contiene parolacce per cui non ha fatto storcere il naso ai bigotti. Il video ufficiale è composto da 18mila fotografie. È stata un’idea di Marco Cremasoli, che si è ispirato alla canzone in sé, al fatto che l’amore che passa non resta che nella memoria. Ecco spiegato il nesso tra le foto e il brano».

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CB: Alfonso è riuscita a far sorridere tutti, quelli mainstream e quelli indipendenti. Tu a quale ti senti di appartenere di più e cosa ti piace di più dell’altra?
L: «Io sento di appartenere tantissimo a camera mia. Peraltro detesto le divisioni (anche se sono necessarie e inevitabili). Sono cresciuta con uno stampo “indipendente”, e negli ascolti e nel modo d’essere, ma non disdegno e non mi spaventa il mainstream, anzi! Quando sali su un grande palco porti te stesso, non chi c’è salito prima».

CB: Tre musicisti italiani e tre internazionali che senti un po’ tuoi, per influenza e ascolti.
L: «Per quanto riguarda la scena italiana, Carmen Consoli, Verdena e Meg. Quella internazionale Tori Amos, Janis Joplin e gli Smashing Pumpkins».

CB: Una frase che scriveresti sulla tua Smemoranda.
L: «Per aspera ad astra».

CB: Vivi a Torino. Un posto che consiglieresti assolutamente. Non vale La Drogheria (il locale dove lavora, ndr)!
L: «Ah ah, La Drogheria è un posto che consiglio perché, anche se non ci avessi lavorato, l’avrei amata infinitamente perché sa di casa. Consiglierei assolutamente il Tea Pot in San Salvario. Tutto buono, tutto bello. Anche il bagno!»

CB: Un luogo che ami, a cui sei legata e che quando scrivi e canti, diventa setting delle tue parole.
L: «Il Monte dei Cappuccini. Quanti pianti su quel muretto!»

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CB: Spoglierò Levante. Cosa troverei nel tuo guardaroba?
L: «Magliette a righe, vestitini a righe, pois, cappelli, cappotti, cappotti, cappotti».

CB: Hai un feticcio, un accessorio o un capo che acquisti con ritualità o che collezioni?
L: «Gli anelli».

CB: Il libro che stai leggendo.
L: «“Psicomagia” di Alejandro Jodorowsky».

CB: Un disco che ti sta accompagnando durante la scrittura del disco.
L: «Ecco, non uso farlo. Non ascolto nulla quando scrivo».

CB: Una cosabella.
L: «La macchina da cucire».

CB: Questo è un po’ come il giochino che si faceva da piccoli. Qui si risponde la prima cosa che vi viene in mente, tipo le macchie.
Dire «GRAZIE»
Fare «CANTARE»
Baciare «CARLO»
Lettera «EH?»
Testamento «6»