PJ Harvey.

Ci sono dei momenti nella vita che poi a rivederli hai ben chiaro che sì, lì c’era un punto di svolta. Ci sono dei momenti che già quando li stavamo vivendo eravamo certi che avremmo ricordato alla perfezione quella luce, come eravamo vestiti, quali parole avevamo usato. Lo sapevamo che ci avrebbero cambiato, che dopo quel giorno non saremmo più stati gli stessi.

Era la fine dell’estate quando due amici mi hanno regalato Is This Desire di PJ Harvey. Me lo hanno dato senza pacchetto. Tieni, mi hanno detto. Non ci hanno scritto niente, nessun biglietto, nessuna dedica. Probabilmente loro lo sapevano che sarebbe bastato il disco. È bastato. Arrivato l’autunno mi muovevo con i mezzi pubblici in una città nuova, non mia, con gli occhi un po’ persi e con l’idea un po’ confusa e un po’ sbruffona che io ero diversa dalle altre matricole. Il lettore cd portatile riproduceva soltanto Is This Desire e qualche altro paio di dischi.

Gli amici che me lo avevano regalato sapevano quello che stavano facendo. Sapevano che lo avrei amato. Sapevano che avrei dato quel caos che mi portavo dietro nelle mani di Polly. Sapevano che erano le mani migliori in circolazione.

Let England Shake è il nuovo disco di PJ Harvey, l’ottavo, uscito il 14 febbraio scorso. Devo dire la verità, dopo essermi affidata a lei quando ne avevo più bisogno ho fatto come le amiche stronze e l’ho messa in un angolo. Dopotutto mi sentivo meglio, avevo la schiena più dritta. Avevo voglia di ridere e lei mi sembrava una di quelle amiche un po’ grigie che ascoltano le tue paturnie fino allo sfinimento, ma poi se devi andare ad una festa non l’avvisi nemmeno, perché sai che non si divertirebbe. Magari poi c’è pure da rispettare un certo code e c’è il fondato timore che lei ti si presenti con i peli incolti sotto le ascelle e il trucco tutto sbavato.

Avevo sbagliato tutto. Come le amiche stronze non l’avevo ascoltata, non l’avevo capita, egoisticamente mi sono soltanto servita di lei. Sarebbe stata perfetta anche alle feste e ci saremmo ubriacate assieme. Lei lo aveva già capito che la depilazione è la schiavitù della donna moderna. Ogni tanto forse sbaglia taglio di capelli, però che dire della gonna di paillettes dorate? Che dire delle micro tute e dei body animalier, perfetti per il suo corpo quasi anoressico? Che dire della celeberrima t-shirt con su scritto Lick my legs o delle più recenti camicie bianche, barocche, con sbuffi e tagli a vivo? PJ Harvey parla, comunica con ogni sua parte del corpo. Ma se ora il trucco è più ordinato e il suo stile più sartoriale non si deve pensare che si sia imborghesita e abbia smesso di incazzarsi. Let England Shake è un disco che mette da parte l’introspezione a lei tanto cara per parlare di quello che c’è fuori, di guerra, di conflitto. Lo fa in maniera elegante, senza eccessi. Prende spunto dalle sonorità sixties e lo si intuisce sin dal primo brano, che dà il nome al disco, con il sample di Istanbul (Not Constantinople) de The Four Lads. Pezzi composti con precisione, meno urlati e graffianti, ma che proprio per questo si ascoltano con più attenzione, come si fa con una che la sa lunga.