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Daft Punk, Random Access Memories.

Ormai sono dell’idea che in un sacco di cose la firma è quello che conta. Voi direte sai che novità, altro che no logo. Avete ragione. In effetti quasi tutte le categorie merceologiche funzionano così.
Ma c’era una fetta di consumatori che sembrava fregarsene delle mode, dei codici del mercato e scegliere come più preferiva. Anzi, quella fetta di consumatori era la stessa che proprio per allontanarsi da quelle mode e da quei codici rifiutava i prodotti che portavano, stentorei, quei loghi appiccicati sopra. Quella fetta spesso portava con sé anche una sorta di snobismo e di superiorità verso tutto quel gregge che non aveva il coraggio e la coscienza critica di capire quanto stava vendendo la sua dignità e la sua unicità. Ecco, una buona parte di questa fetta ora è la stessa che crede con altrettanta abnegazione ad un’altra categoria di marchi, di codici, di immaginari, come li chiamano i markettari, che funzionano allo stesso modo di quelli di massa, solo che sono per un un numero di persone più ridotto e quindi sembrano istantaneamente più fighi. È questo il ragionamento che soggiace al ritenere fichissime le ciabatte di Céline ricoperte di visone bluette e all’ascoltare già con orecchi estasiati gli 8.8 di Pitchfork.

I Daft Punk si sono ritrovati in questo tunnel un po’ per meriti loro e un po’ perché tutti hanno bisogno di personalità forti e di certezze che gli facciano capire che la loro vita ha un senso, non solo quelli che fanno la coda davanti Abercrombie&Fitch e ascoltano in lacrime Gioia dei Modà.
Random Access Memories è uscito in una situazione che, a guardarla da un punto di osservazione reale, era una via di mezzo tra lo schizofrenico e l’attesa messianica. È uscito? Quanto si capisce dal teaser del primo singolo? Ehi ma qualcuno ha messo Get Lucky su Youtube! Dobbiamo essere i primi a dare la news! Ah no, è Fabio Nirta! Oddio stavolta è uscito davvero! Sì, dai, Get Lucky è un singolone ma l’album? Eh, l’album… E adesso io tutta questa hype dove la metto? E la convinzione che sarebbe stato un capolavoro e avrebbe svoltato il mio Ipod per sempre? In Random Access Memories invece c’è un ricco tributo agli anni Settanta, al funk, all’Italo disco, a Diana Ross, alle Charlie’s Angels nemmeno troppo rimodernato tanto che un profondo conoscitore del filone, spulciando qua e là, avrebbe potuto mettere insieme una compila di altrettanto rispetto.

Intanto, nel mondo reale, Get Lucky piace a tutti, la cantano tutti e gira su tutte le radio. Succede così, quando qualcosa che doveva essere per pochi non soddisfa appieno quei pochi. Succede che piace a tutti. E forse proprio per questo piace meno a quelli che in teoria si sentivano i destinatari designati. Mi sa poi che i Daft Punk non volevano mica fare un disco che piacesse a centomila persone, ma a cento milioni. E anche grazie all’hype dei pionieri, spinta prima e disattesa nel momento clou, il duo francese è arrivato al goal.
Pensate un attimo ai vostri contatti social. Due mesi fa chi parlava della nuova fatica dei Daft Punk erano pochi selezionati “addetti ai lavori” che condividevano stralci di anteprime tratte da siti inglesi. Un mese fa chi parlava di Get Lucky e di RAM erano sempe loro, più un bel po’ di webzine e attenti fruitori nazionali. Oggi condivide il video di Get Lucky anche il vostro compagno di classe delle medie che avete aggiunto perché una volta Facebook era “il modo per mantenere in contatto con le persone della tua vita”, anche se non te ne fregava un tubo, soprattutto quando scattava l’invito alla pizzata per ricordare i vecchi tempi.

Viene dunque da chiedersi: il nuovo disco dei Daft Punk è un bel disco? È un disco che rimarrà nella storia della musica? Ai tempi della velocità e dell’urgenza più della condivisione della next big thing – per poter dire serafici io lo sapevo da mo’ – che del reale ascolto e “digestione” di qualsiasi contenuto è un po’ difficile capirlo già ora. Una cosa è certa, un pezzo pop (elettronico, ok, ma pur sempre pop) ha successo se mantiene la promessa che sta nella definizione stessa di popular music. Se oggi si sprecano fior fiore di parodie, remix, cover, rimaneggiamenti, significa tutto sommato che i Daft Punk hanno portato a casa, per ora, la partita. Tanto che si lanciano in palesi trollate, tipo remixando da soli il loro primo singolo, una traccia che dura dieci minuti e che anche no.
Alla faccia delle nicchie che si scagliano contro RAM ma che sotto la doccia cantano Get Lucky e di Simon Reynolds che a ragione si chiede dove andremo a finire se la musica di oggi è soltanto un rimaneggiamento della musica di ieri.