Spogliero simon le bon_cosebelle_thestrokes_01

The Strokes.

Nell’epoca di internet, dei social network, dei ti saluto con un poke perché il Booster costa troppo le band durano il tempo di un battito d’ali. I motivi per cui questo accade sono molteplici: le band meritano davvero di durare così poco; si viene a conoscenza di così tante band che qualcuna te la dovrai pur dimenticare; tu evolvi e le band no, per cui le abbandoni per strada come si fa con una tshirt troppo stretta. Il peggiore motivo di tutti però è la deriva del social: il giorno in cui esce il tal disco/video/singolo c’è la lotta per essere uno dei primi a sherare il tal contenuto, poi una volta che si ha partecipato a questa bellissima – e inutilissima – gara, il tal disco/video/singolo può tranquillamente finire tra i file temporanei del nostro finto interesse.
Un procedimento che se ci pensate ha coinvolto molta della realtà musicale, anzi, potremmo dire quasi tutta, salvo poi resuscitare ciclicamente la band impolverata giusto quando sfornava un disco nuovo. E tutti a dire ieeeehhhiii come facevamo senzaaaaa, che attesa trepidanteeee! per poi appoggiarla di nuovo lì, a rimetter polvere.

Spogliero simon le bon_cosebelle_thestrokes_02

È capitata la stessa cosa anche agli Strokes. Un gruppo che ha segnato i primi anni ’00, che ha lasciato strascichi del tipo non c’è dj-set rock senza Reptilia, ma poi, pure lui, l’abbiamo messo lì, nella mensola più alta del porta cd, a prendere polvere. Gli Strokes assomigliavano sempre di più a una di quelle tshirt troppo strette e un po’ troppo commerciali a cui hai ceduto nei primi anni del tuo percorso perché non ti fidavi o non sapevi ancora comprare negli e-shop. Quella volta funzionava, bastava. Ma poi tu sei andata avanti e Casablancas e soci parevano essersi un pochetto persi, tra le varie Drew Barrymore, il fascino della notorietà e i progetti solisti più o meno riusciti. Come se non bastasse, i dischi che nel frattempo uscivano, ti lasciavano perplesso. Forse non hanno più nulla da dire – pensavi – forse quando il portafoglio si gonfia (più ancora, visto che nessuno non faceva certo la vita dello studente fuorisede con la pasta Pasta) l’estro si disidrata. Ti sei tolto ogni dubbio con Angles. Già dalla copertina si poteva capire che era una cosa venuta mica tanto bene. È anche vero che quello era il momento peggiore per fare un disco mediocre, per scopiazzare il proprio passato mentre il mondo musicale ti pareva più roseo di quello che era in realtà. Ti pareva di volere cose nuove. E poi ecco che litigano, che la data di uscita dell’album slitta perché non riescono a mettersi d’accordo. E tu a ripeterti lo vedi i soldi che fanno. Era finita che se sentivi Reptilia in un locale, una sera, ti saliva pure un po’ di fastidio.

Spoglieròsimonlebon_cosebelle_thestrokes_03

Sembrava dunque tutto finito, e invece. Il 18 marzo esce Comedown machine. Lo lasci un po’ lì, a sedimentare, tentennante tra daiproviamo e ormaibasta. Sta di fatto che l’artwork ti piace molto, sembra quasi un lp anni ’70, di quelli che stanno alti nelle mensole dei dischi e che si usano poco perché sennò si rovinano. Qualche giorno dopo decidi di dare fiducia almeno al singolo, One way trigger. Se ti avessero chiuso gli occhi avresti detto che era una b-side di Is this it, forse eccessivamente Eighties.

Spogliero simon le bon_cosebelle_thestrokes_04

E allora finisce che una mattina prendi e ascolti tutto Comedown machine, anche solo per assolvere il debito nei confronti della tua giovinezza. Cose che succedono in rapida successione: pensi beh dai. Ti distrai perché nel frattempo fai altro e con All the time ti ritrovi nel bel mezzo dei vecchi Strokes. Ti riscopri a battere il piede e a scuotere la testa, a seguire gli assoli di chitarra, le tastiere e piano piano finisce che quella voce languidona di Casablancas torna quasi a piacerti come quando la tua unica arma era la tua spocchiosa giovinezza. Come quando avresti preso una copia di Cioè se solo avesse fatto la copertina adesiva con la foto del batterista, Fabrizio Moretti. Ma poi in Comedown machine c’è un’ottima Welcome to Japan e c’è pure il dream pop di ’80 Comedown machine, un riffosa e cattiva 50/50 e Call it fate, call it karma versione grammofono. Altro plus, Slow animals, che non è un granché, ma pare una presa in giro dei Phoenix e capisci che forse dopo Comedown machine forse si tornerà finalmente a dargli il giusto peso, con o senza Sofia Coppola. Concludendo, i punti a favore di Comedown machine coincidono, come sempre in un disco degli Strokes, con quelli più deboli. Ma non è forse così anche per i nostri compagni di vita più cari? Dunque che fare? Rifanno le stesse cose di dieci anni fa perché sono le uniche cose utili a portare a casa la pagnotta o sono tornati alle loro sonorità e si divertono, giunti alla conclusione che sono quelle che gli sono sempre riuscite? Io ho optato per la seconda.