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Haim.

Sono ormai dieci giorni che a camminare per strada faccio più attenzione rispetto a qualche settimana fa. Sono ormai dieci giorni che mi soffermo di più sugli sguardi delle persone, su come parlano, come rispondono al telefono, come ordinano due etti di prosciutto cotto. Devo capire. Dove si erano nascosti tutti? Come è successo che si fosse diffusa questa fierezza di avere un Bioshout antimacchia infallibile, convinti che questa volta sarebbe stato diverso? Da dove sono spuntate queste centinaia di migliaia di persone che hanno dato la loro fiducia euforica a esperti di musica, a uno che vuole andare in bici da Ciampino al Senato, al sommelier, a stuoli di ingegneri informatici, a una per cui le manganellate sono folklore?
Eppure c’erano delle avvisaglie. C’erano dei segnali per capire che i dati che avevano tutti, proprio tutti, erano sbagliati. C’erano dei dettagli che dovevano far capire che l’italiano è tutto matto, imprevedibile, che ha dei tempi tutti suoi, segue segmenti che non sono calcolabili da nessuna funzione trigonometrica.
I follow rivers di Likke li quando era uscita nel lontano 2011 non se l’era filata (quasi) nessuno, nonostante la nostra segnalazione, e invece ora saranno tre mesi che ogni negozio italico in cui entri te la ritrovi, commessa che la canticchia inclusa. Bastava questo per capire che tutte quelle idee e quelle convinzioni pre-elettorali erano basate su poca concretezza.

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Spero non capiti la stessa sorte alle Haim, trio di sorelle di Los Angeles che lo scorso luglio ha sfornato il suo primo ep, Forever, e che punta a un 2013 da incorniciare. BBC le ha già inserite nel suo annuale Sound of 2012, NME ha inserito Forever al quarto posto dei migliori singoli del 2012, in più le tre hanno aperto qualche concertino da nulla, tipo quelli dei Mumford and sons e di Florence and the Machine. Meno di un mese fa è poi comparso un nuovo pezzo, Falling, che ha tutte le carte in regola per entrare nella testa e uscirne dopo molto tempo. Un po’ come quell’I follow rivers di prima.
Figlie di una chitarrista e di un batterista, le polistrumentiste Haim hanno iniziato prestissimo a suonare proprio con i loro genitori (roba che manco gli Hanson) in una cover band chiamata Rockinhaim, dando sfoggio di una particolare predisposizione, quasi a far pensare ancora una volta che la musica sia un talento genetico che qualche scienziato dovrebbe cercare tra le basi del Dna. La più “vecchia” delle tre, Este, è classe 1986 e ha concluso gli studi di etnomusicologia alla Ucla in due anni al posto che nei classici cinque; Danielle, 1989, dopo che Julian Casablancas l’ha vista suonare ad un concerto di Jennie Lewis le ha chiesto di andare a suonare chitarra e percussioni nel suo tour da solista e Alana, 1991, suona da quando ha cinque anni. Sempre per quella serie che se inizi così, al massimo a venticinque anni, noi bamboccioni ci fidiamo e serviamo la nostra ammirazione su un piatto d’argento.

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Le Haim sono un piccolo gioiellino da scoprire, hanno all’attivo al massimo un ep, hanno capelli lunghissimi e quel fascino West-coast, hipster e un po’ scazzato che se sei giovane e rocker puoi anche coltivare tranquilla. Non mancherà molto, secondo me, che una di loro o magari tutte e tre assieme firmino una capsule collection per qualche marchio indipendente, come ce piasce tanto annoi di questi tempi. La più grande, Este, è la testa matta, che in un gruppo ci vuole sempre, e in un concerto sì e uno pure capita che se ne esca fuori con cose poco ortodosse del tipo che il T9 era così simpatico che ha fatto scrivere al suo ragazzo “I want anal” al posto di “I want a nap” e che su Twitter si faccia chiamare @JizzieMcguire.

Le contaminazioni sono molteplici: Cindy Lauper, The Pretenders, il rock americano anni ’70, ma anche l’R&B anni ’90, tipo le TLC e pure una piccola invasione di Sheryl Crow e di Sade. Il risultato sono pezzi che in alcuni casi sfiorano il tormentone e che rimangono validi anche nelle versioni remix. Si accompagnano perfettamente ai primi giri in bicicletta nel sole primaverile, per quelle volte che serve ritrovare la carica in breve tempo, e per gli immancabili giri in macchina, nel migliore dei casi in modalità Thelma e Louise.
Essù, italiani, non facciamogli fare alle Haim la fine di Likke li.

Il loro Spotify.