Beyonce Knowles
Beyoncé.

Su Beyoncé, avendo un po’ di tempo in più, sarebbe bene farci un piccolo saggio. Che poi non sarebbe da fare soltanto su Beyoncé, ma su tutta una serie di cose che però è meglio abbandonare sin da ora perché questa è una rubrica e non quel saggio lì.
Mentre domenica Beyoncé cantava al Super Bowl il mondo stava lì a guardarla. Quelli che invece per cause di fuso orario, scale di priorità, scarsa attenzione nei confronti di uno sport che non si è ancora capito bene come funziona non l’hanno vista nel cuore della notte, la mattina, al risveglio, hanno googlato Beyoncé Super Bowl, giusto per non perdersi la performance. Insomma, fotta galattica.

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Se poi ci aggiungete che, giusto per accontentare il mondo del revival, per qualche minuto sono comparse anche le ex compagne di avventura della Knowles, Kelly Rowland e Michelle Williams, aka Destiny’s child, il gioco è fatto. A parte che io non ho ben capito cosa possa portare due che prima facevano gruppo con una che poi è diventata una specie di icona pop dell’intero pianeta a fare una comparsata di cinque minuti in cui si riducono a farle in pratica da vallette, però vabbè. Cioè io mentre guardavo il video un po’ di pena per loro l’ho provata, più per Michelle che manco cantava, a dire la verità, però vabbè. Cioè io non lo farei mai, mi inventerei piuttosto una nuova vita; che ne so, scriverei libri di yoga o di cucina o al massimo una biografia non autorizzata delle Destiny’s child dove rivelo che Beyoncé in realtà odia i suoi fan e pure Obama e mangia solo licheni finlandesi perché sennò le viene il culone –ah, le è già venuto?-.

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Diciamo che le Destiny’s child non è che mi piacessero tanto, anzi Survivor la reputo una specie di canzone da tortura che se messa in loop per ore ti fa confessare anche che rubavi gli accendini dal tabaccaio quando avevi nove anni anche se non ti servivano ma erano lì. Mentre invece Bootylicious era super, anche dopo che i 2ManyDj’s ci hanno fatto il mashup con Smells like teen spirit dei Nirvana. Ma poi Beyoncé ha preso e se n’è andata avanti, tanto che già da Crazy in love proprio si sentiva che era tutta un’altra cosa, che sarebbe diventata uno di quei fenomeni con sopra il marchio Stati Uniti d’America, quasi come uno di quei campioni delle Olimpiadi che corre i 100 metri in meno di dieci secondi. E poi i super balletti, la super voce, l’essere tutto sommato una finta cattiva ragazza ma invece tanto buona e pure un poco femminista, il matrimonio, le partnership con il marito, la gravidanza che sembrava quasi finta, il patriottismo e Obama. E poi quel leccarsi il dito senza sembrare fino in fondo una poco di buono e l’orgoglio per il suo culone, proprio quando i fashion magazine fanno finta di amare le curve. Infine la sua croce, il suo non trovare mai, in qualsiasi negozio si rechi, un pantalone lungo, una gonna morbida manco a pagarli oro, ma soltanto minigonne, hotpants e una quantità esagerata di super body. Insomma, Beyoncé è top e se lo merita.

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La cosa un po’ più inspiegabile è che tutta quella lobby che di solito ascolta solo quei famosi gruppi che non esistono ancora, quella sera del Super Bowl era tra i primi a rimanere incollati alla tv per le frustate di chioma che Beyoncé infliggeva ai suoi fan della prima fila. E pure la mattina dopo mi sa che stavano lì a googlare per rivedere lo show e condividerlo, arricchendolo di commenti estasiati. Ma allora perché tre anni fa quando Beyoncé passava alla radio e la cantavo quelli che erano in macchina con me mi guardavano malissimo e pure un po’ schifati sottintendendo “ma come fai a sapere queste canzoni mainstream? Marrana!”? Beh insomma, mi sembra ormai chiaro che la mutazione sta arrivando al compimento: il pop, pure quello commerciale, sta diventando figo anche per il mondo indie. Perché il pop entra dentro le fessure e come il tempo passa anche sotto ai sofà. Credi di essere immune ma invece ecco che anche se una cosa l’hai sentita due volte già alla terza batti il piedino e scuoti la testa (vedi Call me maybe). Il pop è roba forte e dovete farvene una ragione. Presto per cantare Beyoncé e pure Eros Ramazzotti non ci si dovrà più nascondere dentro la propria macchina alle quattro del mattino con pochi intimi a cui poi fare comunque il flash con il neuralizzatore di Man in black. Non vedo l’ora. Ah, il 18 maggio mrs Carter si esibirà a Milano per l’unica data italiana del suo tour. Ci vediamo lì, tutti con questa maglietta.