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Amari, Kilometri. L’intervista.

C’era un periodo in cui il rap e l’hip-hop non andavano troppo di moda, mica come adesso. C’era un periodo in cui non andavano di moda i cappelli con il super frontino e la retina dietro, non andava di moda quell’immaginario ma nessuno ti vietava di uscirci matto, però facciamo che se eri un musicista e volevi farti largo nel fantastico mondo dell’indie italico era meglio che mettessi da parte tutta quella roba e puntassi a qualcos’altro. Chissà com’è che invece gli Amari quando si sono imposti con “Gran master Mogol” prima e ancora di più poi con “Scimmie d’amore”, (datato 2007), hanno portato con sé, e in qualche modo imposto, proprio questo immaginario. Nota bene, il rap era sapientemente edulcorato dal pop e da una forte vena ironica, mica quella cattiveria figlia di papà tutta tatuaggi, orcodighez e cavallo basso che ora pare piacere un sacco. Si trattava di scenette musicate a suon di synth ed elettronica, come in “Campo minato”, singolone con un video street fino al midollo che me lo ricordo ancora su Flux insieme alle loro felpe effetto Power Rangers. Oppure quello di “Odio le gite fuori porta” con annesso classico scontro tra crew in mise d’ordinanza (t-shirt Scimmie d’amore vs Smiley) in una periferia semi-deserta+stazione della metro. Più hip-hop scenario di così. Quello degli Amari rimane un rap sempre sporcato e attenuato da arpeggi di chitarra, che escono ancora più preponderanti oggi nel loro nuovo Kilometri. Quasi a dire che siccome ora il rap lo fanno tutti, anche Giuliano Ferrara, noi invece lo lasciano un po’ in disparte. Le nove tracce scorrono veloci, ci si può individuare una forma canzone più matura, come pure nelle liriche dove però non manca quella dicotomia cara a Pasta e Dariella (e non solo a loro) tutta giocata tra città e provincia, fatta di treni e di chilometri, appunto. In Kilometri ci si conosce meglio e l’amore si fa serio, tipo che salta fuori pure la domanda “come sarebbe stato se un amico non ci avesse presentato?”. Tesoro, mi si sono ingranditi i ragazzi.

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Cosebelle: E insomma com’è che vi siete accorti di essere diventati grandi?
Amari: «Quando abbiamo smesso di aver paura di dire certe cose nei testi, lì probabilmente ci siamo resi conto che qualcosa in noi stava cambiando. Ah sì, e anche i primi peli sul petto».

CB: Se doveste fare un paragone, a cosa assomiglia Kilometri?
A: «A una mappa, una cartina di un posto che hai visitato e sulla quale ti sei segnato a matita tutte le note e le cose da ricordare: molte di queste forse le ricordi già a memoria e ad un certo punto ti rendi conto che forse le stai annotando per qualcun altro a cui vorresti consigliare lo stesso viaggio, a cui presterai la mappa sperando riesca a decifrare la tua calligrafia!»

CB: In tutto il disco si percepisce una sorta di amore maturo, una tenerezza leggermente arrendevole tipica degli uomini nei confronti di una donna. È una cosa voluta o la risultante di un percorso naturale, spontaneo?
A: «È la prima volta che ce la spiegano in questo modo, devo dire che suona affascinante! Quando scrivi un disco la cosa più difficile è avere la percezione (da fuori) di quello che stai facendo, mantenere la rotta, avere una visione chiara. Noi in questo siamo un disastro, ecco perché ci serve sempre qualcuno che poi ce la racconti. Credo sia comunque tutto naturale, siamo abituati a scrivere di quello che viviamo, quindi anche Kilometri è semplicemente frutto del suo (e del nostro) tempo».

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CB: Qual è la canzone a cui siete più affezionati della vostra intera produzione e quale tra le nove tracce che compongono Kilometri?
A: «Domanda difficilissima, ognuno di noi ha gusti diversi, e opinioni che cambiano ogni mattina a seconda del piede con cui scende dal letto. Se devo dirtene due al volo dico: (dai classici) “Campo Minato” per i ricordi legati ad essa, al making del video, alla serata in cui abbiamo visto il primo passaggio su Mtv aspettandolo tutti in salotto assieme agli amici, alla prima volta al Circolo degli Artisti in cui tutta la sala l’ha cantata assieme a noi. Da Kilometri direi proprio la title track, ci è scoppiata fra le mani senza renderci conto dell’alto potenziale “pelle d’oca” che provoca agli ascoltatori, a volte non sembra nemmeno farina del nostro sacco!»

CB: Cosa vuol dire per un gruppo che appartiene alla scena indipendente fare musica pop in Italia?
A: «Una passione, nel senso biblico del termine. Ci facciamo strada a suon di sbruffoneria in un mondo di nasi storti, da un lato quelli che ci trovano troppo pop, dall’altro quelli che ci trovano troppo indie. Ma vuoi mettere la soddisfazione di fare sempre quello che ti pare? Impagabile!»

CB: Tre musicisti italiani che sentite un po’ vostri, per influenza e ascolti.
A: «I due Lucio (Battisti e Dalla ovviamente) sul piedistallo. Produzione sconfinata, ispiratissima e ispiratrice, un pozzo d’acqua fresca al quale attingere sempre. Come terzo? Uno a scelta fra Max Pezzali e Raf direi, sono nomi che spuntano fuori sempre più insistentemente quando si parla di Amari recentemente, la cosa divertente è stata realizzare quanto abbiano influenzato indirettamente la nostra scrittura, quasi fossero entrati sottopelle in tanti anni di airplay radiofonico».

CB: Una frase che scrivereste sulla Smemoranda.
A: «Che domanda è? Tutti i nostri testi sono claim fatti apposta per la Smemo, anzi a questo punto ci aspettiamo una chiamata dal Signor Smemoranda, dobbiamo parlare!»

CB: Avete fatto spesso spola tra il Friuli e Milano. Provate a spiegare la provincia. Cosa vi piace, cosa vi affascina dell’Italia di periferia?
A: «L’Italia è fatta di tante piccole province e un paio di metropoli, a cui tutti prima o poi puntano o aspirano: noi le abbiamo provate tutte, assaporando quella tensione superficiale (e tutta speciale) che corre fra la campagna e la città. Contatti, giro giusto, aperitivi, contro vita sana, tempo libero, relax: ma questa è solo la superfice, non vogliamo rovinarvi la sorpresa, provate a diventare pendolari voi stessi!»

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CB: Spoglierò gli Amari. Cosa troverei nel loro guardaroba?
A: «Dipende ovviamente dall’armadio: in quello del Dariella direi delle bretelle, nel mio sicuramente delle camicie in jeans, tanti quadretti in quello del Cero».

CB: Avete un feticcio, un accessorio o un capo che acquistate con ritualità o che collezionate?
A: «Impossibile, ci piacciono troppe cose differenti, un po’ come per la musica che ascoltiamo insomma!»

CB: Il libro che state leggendo.
A: «“How music works” del sommo David Byrne

CB: Un disco che vi ha accompagnato durante la scrittura di Kilometri.
A: «Ce ne sarebbero almeno cento, dovendo stringere però direi “Channel Orange” di Frank Ocean, ma anche Bon Iver a dirla tutta…»

CB: Una cosabella.
A: «La gente che canta le tue canzoni, in questo momento mi è davvero difficile pensare a qualcosa di più bello».

CB: Questo è un po’ come il giochino che si faceva da piccoli. Qui si risponde la prima cosa che vi viene in mente, tipo le macchie.
Dire «Di meno».
Fare «Di più».
Baciare «Le persone a cui tieni, quando stai per partire e quando torni».
Lettera «“A” in maiuscolo e bella grande, Futura Light Oblique».
Testamento  «Ai miei posteri ho già lasciato tutto su dropbox, divertitevi»

Foto di Fabio Cussigh