Santigold.

Oggi è il 12 12 2012, mancano nove giorni al 21 dicembre e nemmeno io sto troppo bene. Se tutta questa numerologia fosse un chiaro segnale per cui posso sul serio non pensare ai regali di Natale e alle corse che anche quest’anno caratterizzeranno il mio 23 e ancora di più il 24 dicembre, quasi quasi sarebbe tutto più roseo. Ma archiviamo questa frenesia, che è meglio e veniamo ai discorsi seri. Se dovessimo scegliere la donna-icona musicale del 2012 chi sceglieremmo?
Dai, non serve guardarsi intorno. Non vale scorrere il proprio Itunes alla ricerca di qualcos’altro. Mi piange il cuore e per non pensarci scendo a fare una passeggiata. Scendo e qual è il primo negozio che incontro? H&M. E chi mi ritrovo nella vetrina del primo negozio che incontro? Proprio lei, la donna-icona musicale del 2012. Manco farlo apposta. Maledetta LANA DEL REY. Maledetti toupé dei manichini di H&M cotonati come l’original crine di Lana. Sei tu, tu e i tuoi canotti, tu e le tue unghie feline, tu e le tue mise fiorellose e pizzose. Sei tu la donna che più di tutte ha monopolizzato la scena musicale mondiale nel 2012. Se davvero il mondo finisse il 21 dicembre i pianeti delle altre galassie si ricorderanno degli ultime note del pianeta Terra attraverso i tuoi lamenti sul lungo-piscina e le tue presunte liaison con Marylin Manson. La donna icona del 2012 vien fuori che è di quelle che stanno a versarsi il vino rosso in cucina mentre il suo uomo muscoloso se ne sta in giro a farsi i fatti suoi. Che cosa triste.

Ma noi che a questo giochino instagrammato non ci stiamo, noi che certe volte preferiamo i colori vivaci, le cose esagerate, ci prepariamo per uscire con le peggiori intenzioni e al posto del vino rosso misceliamo tutti i super alcolici per scoprire un Long Island nuovo e migliore possiamo avere altro. Possiamo puntare sull’iconografia LaChapelliana di Santigold. Mica potevo arrivare alla fine dell’anno senza parlarne. La seconda prova di Santigold, Master of my make-believe sta nell’altro piatto della bilancia del 2012 e tenta con tutte le sue forze di bilanciare il peso dei canotti e del toupé delreyani. Avete presente quando senti che te ne staresti a casa a bere il thé verde ma sotto sotto vorresti uscire? Ecco questo è il disco giusto per quando serve una carica maggiore utile a far uscire quel sotto sotto. Hiphop, dub, tribal, ritmi per certi versi sincopati, in più qualche buon pezzo puramente pop. Santigold ci fa tornare un po’ gangsta, ma non troppo, giusto in tempo per fermarci mentre stiamo per indossare dei leggings in latex fucsia con una felpa dorata bucata e un paio di creepers di velluto bluette (e giuro che la foto qui sotto l’ho trovata dopo aver descritto questo outfit).

Master of my make-believe raccoglie numerose collaborazioni, tra cui quella di Karen O (Yeah yeah yeahs), le produzioni di Boys NoizeBuraka Som Sistema. Santigold sfodera la consueta grinta, sempre però bilanciata da una sottospecie di “sciallismo” che rende tutto meno caricaturale. La voce, e non solo, può spesso ricordareGwen Stefani e i No doubt tutti (se per caso vi è capitato di ascoltare Disparate youth alla radio vi sfido a non aver fatto un seppur rapido collegamento con la platinata mrs Rossdale). E, pensate un po’, nei pezzi più pop e onirici come This isn’t our parade si avvicina persino a Likke Li.

Daje Santigold, tira fuori le unghie pure te, che sappiamo che ce le hai.