Grizzly Bear, Shields.

Che fare mentre la lobby dei titolisti del meteo infila serie di brainstorming per dare vita a nuovi e improbabili nomi alle cicliche perturbazioni autunnali? Può essere sufficiente non ascoltarli, aprire l’ombrello, indossare gli stivali e cambiare quelle spazzole dei tergicristalli che ogni volta che li metti in moto ti ricordi che l’ultima volta che l’avevi fatto ti eri appuntata di sostituirli. Poi sarebbe bello poter rimanere in casa, delegare la fuga sotto i portici agli altri, guardarli dalla finestra mentre cacciano il collo tra le spalle, mentre cercano di limitare il danno coprendosi la testa con la 24 ore. Sarebbe bello, ma non sempre è possibile. Fortuna che c’è Shields dei Grizzly Bear. Subito, appena uscito, appena sentita Yet Again (il secondo singolo che ha accompagnato l’uscita del disco datata 18 settembre 2012) era chiaro che Shields sarebbe stato il disco dell’autunno. Stagione di piogge, di baveri tirati su per il vento improvviso, di blues. Per affrontare l’autunno di solito le possibilità musicali sono due. La prima è fregarsene. Puntare sulla memoria sensoriale e continuare ad ascoltare canzoni estive e festaiole. Un modo aggressivo, non c’è che dire, ma già alla seconda pioggia di ottobre inizia a mostrare la corda, tipo che il tuo colbacco inizia a stonare con In Spain dei Vadoinmessico (anche se venerdì prossimo al Covo non li perderò di certo). Tipo entrare con le Converse nelle pozzanghere. La seconda possibilità è fare gli accondiscendenti. Questa possibilità di solito prevede il raddoppio della malinconia che già la domenica dell’ora solare porta con sé. La cosa assomiglia molto a quando a briscola il tuo avversario ha messo un due di briscola, tu ti sei distratto e ci cacci un carico da dieci e per una frazione di secondo hai l’ardire di pensare che tu, a briscola, sei scaltrissimo. Per una frazione di secondo, appunto. Come quando si ascolta la musica malinconica la domenica dell’ora solare. I primi 5 o 6 pezzi scivolano e ti fanno attorcigliare ancora di più attorno al plaid sul divano, ma poi, mentre cominci a commuoverti anche con Lorella Cuccarini che presenta Enzo Paolo Turchi che diventa padre alla rispettabile età di 64 anni, capisci che forse è il caso di cambiare disco.

Shields è perfetto per molti motivi. Intanto perché è un gran disco di suo. Ascoltandolo, le prime volte, puoi pensare che alcune trovate siano persino banali, anche Yet Again può apparire banale e per un gruppo della scena indie americana, o meglio di Brooklyn, lo sanno anche i sassi che la banalità è bannatissima. Ascoltandolo, le volte successive, pensi che Shields è il classico esempio di complessità resa semplice e fluida, come solo i bravi artisti o i bravi professori sono in grado di fare. Se hai la fortuna di avere un bravo prof di filosofia Hegel ti sembra facile, ma questo non vuol dire che lo sia davvero. Dipende dagli incastri, dal dare il giusto peso alle cose, alle varie componenti, alle batterie, ai fiati, alle sonorità barocche, a quelle jazz a quelle folk, all’elettronica, ai testi, alle voci. I Grizzly Bear, complici forse anche i tre anni che separano Shields da Veckatimest e i tanti progetti a cui hanno partecipato e dato vita nel frattempo, sono riusciti a creare un disco calibrato e luminoso, nonostante la malinconia rimanga perennemente sullo sfondo e qualche volta venga più avanti, ma sempre con un equilibrio quasi chimico.

E quindi, dicevamo, la perfezione di Shields per l’autunno. Che poi il primo motivo ha già contenuto un po’ tutti gli altri. Però. Piove e vi mettete in strada e il disco si apre con Sleeping ute, che sembra contenere la pioggia e i tuoni però ne fa ciò che vuole, li muove, li sposta, li fa tacere. Meglio dei tergicristalli nuovi e allora cosa li cambio a fare. Il climax di Speak in rounds svolta e il faccione mit parrucca ossigenata di Enzo Paolo Turchi è solo un ricordo. Giusto il tempo di un minuto per la radioheadggianteamnesiacheggiante (non a caso già nel 2008 hanno aperto i loro concerti negli Usa) Adelma per poi catapultarsi in Yet again, che già con la prima chitarra illumina tutto. Beh insomma andate avanti voi. Io non lo so se vi ho convinto, ma vista la giornata di oggi, io lo proverei, va benissimo sia indoor che outdoor. Ditemi poi se non sono incastri perfetti questi.