Amy Winehouse.

Quando sento una canzone di Amy Winehouse mi parte un riflesso condizionato, tipo cane di Pavlov. Sento caldo, inizio a sudare e comincio a vagare per la stanza con in mano un bloc-notes a quadretti. Era estate quando le radio di mezzo mondo scoprivano il fenomeno Winehouse. Era estate quando il bar dove lavoravo l’aveva scoperta. Ogni domenica, tra il mare e i miei occhiali da sole che coprivano occhiaie e ore piccole, il pranzo di agiate famiglie in vacanza aveva il sottofondo di Back to Black e Frank in repeat. Abbiamo cercato molte volte, io e i miei compagni di sventura, di variare compilation, ma senza risultati. Anche quando sembrava che ci fossimo riusciti, passava, provvidenziale, Riccardo a mettere la beneamata Amy in repeat, sottolineando che era perfetta per il pranzo della domenica.

Nonostante questa terapia d’urto mi sta ancora simpatica. È stata una delle prime a portare alla ribalta quel gusto un po’ anni cinquanta sessanta e decisamente black che adesso mane e sera ci tormenta. Come quel bel tipetto della Giusy Ferreri. Quella della Winehouse la senti che è una voce di una che c’ha avuto l’enfisema polmonare, quel modo di biascicare le parole anche quando parla, che si capisce la metà di quello che dice e sembra sempre sbronza. Il nuovo pezzo che gira da un po’ è la cover di It’s my party di Quincy Jones, portato al successo da Leslie Gore nel 1963. Ancora una volta il produttore Mark Ronson è a suo fianco e il risultato è un pezzo anni ’60, cantato da una che sembra sbronza e perfetto per un pomeriggio sulle spiagge della west coast, anche se il testo parla di una che alla sua festa viene mollata dal ragazzo che se ne va con un’altra. Amy Winehouse, insomma.

Amy mi sta simpatica, dicevo. Tutti cercavano di mandarla in rehab ma lei non ci voleva andare, ogni tanto ci andava, poi ne usciva, poi la beccavi ubriaca, poi aveva il marito in galera e giù a prendersi e mollarsi. Tutti le dicevano che era grassa e allora lei è dimagrita quattro taglie, probabilmente qualcuno le diceva che era bassa e si è costruita un toupet di tutto rispetto. È una ragazza fragile Amy, lo si vede da quelle gambette sottili e dalla recente iniezione di autostima al silicone. È una ragazza fragile anche se si ricopre di tatuaggi di pin-up, sfoggia bijoux extralarge, indossa abiti minuti e a volte un po’ sdruciti. È una ragazza fragile anche se è riuscita a trasformare il suo eyeliner in un marchio di fabbrica che nessuna donna sana di mente oserebbe copiare.

Sarà per tutto questo, forse, che la casa di moda inglese Fred Perry le ha chiesto di disegnare una linea di abbigliamento. Diciassette pezzi a cui poi si sono aggiunti i mocassini suede in colori pastello per questa primavera. Linee preppy, scollature all’americana adatte al suo decolleté nuovo di zecca, polo e classici maglioni a losanghe del marchio con l’alloro che Amy fa diventare mini abiti, ché tanto lei c’ha le gambette. È felice di questa liaison, dice, Fred Perry è un marchio che le è sempre piaciuto. Noi possiamo comunque chiederci cosa c’entri un marchio extremely british tutto polo, tennis e understatement come Fred Perry con una seppur british Amy Winehouse però non altrettanto sobria. In nessun senso.