Il ritorno.

Peccato che le pagine web non si possano annusare. Perché questo è uno di quei momenti tipo quando torni a casa dopo due settimane che sei stata fuori. Apri la porta, le tapparelle ancora abbassate e l’odore di chiuso. Ma l’odore di casa, quello che quando sei a casa non senti, è lì, tra l’odore di pulviscolo e l’odore di qualcosa che è rimasto da pulire nel lavandino della cucina. Rimane sempre qualcosa, quando te ne vai via di fretta. Tutte le case hanno un odore ed è strano che più quella casa è la tua e meno lo conosci. Sai l’odore delle case degli altri, ma non il tuo. Buffo. È quello che sta accadendo ora, scrivendo il mio primo Spoglierò Simon le Bon dopo quasi quattro mesi. Ho appena aperto l’uscio e mi trovo a rimirare nella penombra tutto quello che c’è, che conosco ma che per qualche istante sembra nuovo.

Ho ascoltato molti dischi, scoperto un bel po’ di artisti che magari ero l’unica a non conoscere e per questo vi chiederete dove sto di casa, giusto per rimanere in tema. Insomma non è che me ne sono stata ad oziare, facciamo che ho studiato. In questi giorni stavo giusto pensando a quale tra tutti questi potesse essere il disco giusto per rientrare, decisa, in Cosebelle. Quale poteva essere quello giusto per ricreare l’effetto tipo appoggio lo scatolone con le mie cose sbattendolo un po’ sulla scrivania come a dire Eccomi qui. E invece.
E invece in questi mesi mi pare che si siano accumulate un po’ di cose da sbrogliare, per cui posticipo Cat Power – la fortunata selezionata per l’apertura SSlB 2012-2013 – alla prossima settimana.

Gli uomini si stanno trasformando in donne. La cosa brutta è che poi si stanno trasformando in quelle di una volta, quelle che noi, donne “moderne”, cerchiamo di non essere più. E poi ditemi se non è una questione da sbrogliare, questa. Avete presente il famoso adagio “Il problema delle donne è che sono competitive e quindi si mettono le une contro le altre al posto di fare squadra come noi uomini”? Ecco, nella musica italiana sta succedendo grossomodo la stessa cosa. In più si mescola un po’ d’invidia, tipica delle donne come tutti sanno, e un pochetto di chiacchiericcio da comare, altra caratteristica femminile che spesso viene riassunta con il temine molto positivo di pollaio.

Ora perdonatemi se dimentico qualche polemica e magari mi concentro soltanto su quelle più recenti. C’è quella nata da un post dei The Giornalisti, gruppo indie italiano, dove hanno chiamato a raccolta tutte le loro energie per concepire una battuta esilarante per ciascun gruppo indie italiano, spaziando dalla non voglia di musica ma di qualcos’altro di Maria Antonietta a quella su Capovilla che ha un culo in bocca. Esilarante, come vi dicevo. Che è come se io facessi una roba simile con i miei colleghi o con i miei amici, e se qualcuno mi dice Beh? Io gli rispondo Ma dai! Sono cose abbastanza vere e se te la prendi non sai stare al gioco! Fattela ‘na risata!

Poi c’è un tipo che fino a poco tempo fa non conoscevo e che, siccome non faceva altro che commentare in maniera lapidaria, nel senso di lapide, qualsiasi contenuto di Rockit, è finito a fare il critico in un altro sito. Qui il nostro ovviamente continua a fare la stessa cosa, commenti sprezzanti a iosa, ma al posto di essere soltanto un nome utente, c’ha una rubrica tutta sua.

Poi c’è tutto il filone de “la musica italiana ormai fa schifo è priva di idee e chi l’ascolta è chiaramente un sottosviluppato che segue le mode anche se crede di non farlo”, ben miscelato con un altro filone altrettanto fortunato: “oh tempora, oh mores”. C’è il blogger che da suggerimenti su come formare una band di successo seguendo 5 semplici regole, ovviamente ciniche e ovviamente denigratorie nei confronti del 90 per cento della musica italiana cosiddetta indie. Poi ci sono miriadi di blog dove si commenta negativamente ogni disco che vabbè, qui niente di nuovo (questo è uno). Ma oggi sono stata illuminata. La goccia che ha fatto traboccare il vaso – seppur molto capiente – della chiacchiera fine a sé stessa e della meta discussione fatta, letta e seguita unicamente dalla stessa categoria oggetto di denigrazione è stato un video di Zero. Il tabaccaio Peppuccio, che ha un passato di musicista ed ha suonato in molti night e balere (sic), commenta in esclusiva la musica di noi giovani d’oggi. Il primo a pagare pegno è stato Vasco Brondi, ovviamente denigrato, deriso, disgregato, calpestato, odiato. Dimagrito no. A conclusione del video, issato a totem da molta ggente del web di cui sopra, il verdetto di Peppuccio: la musica è morta come tutte le arti. La colpa è di internet e quello che ci rimane a noi giovani è l’amore virtuale, con le donne di gomma o con l’uomo di gomma.

Ok, lo sappiamo tutti che gli uomini, i bambini, apprendono più lentamente e sono meno precoci delle femminucce, le mamme lo dicono sempre e questo sicuramente non fa bene alla loro autostima. Quindi può essere che siano arrivati soltanto ora al punto della competizione, dell’invidia e della modalità comare tanto tipica di noi donne. Ma questa è una spiegazione un po’ sbrigativa. La musica, come l’arte è sempre stata fatta anche di mode, nel migliore di casi di correnti. In più la musica, come tante altre cose, è specchio del reale che si vive ogni giorno e magari negli anni Sessanta la quotidianità era la ribellione e oggi è l’aperitivo al Pigneto. Anche se nel ‘64 si bevevano litri di Biancosarti e questo lo sanno tutti. E non ha senso dire che oggi la musica fa schifo mentre ieri ah che belle sonorità e quante idee originali. Forse arrivare dopo può risultare un limite, per il già detto, il già sentito e tutta una serie di altre cose, ma è inutile guardare un Pollock e pensare a quanto belli erano i ritratti di Raffaello, aggiungendo un classico Sì va beh, ma questo son buono di farlo anch’io. Semplicemente, a livello artistico non ha senso.

Infine, se per essere davvero alternativi e intellettuali si deve iniziare a dar ragione al tabaccaio Peppuccio, che ha un passato di musicista ed ha suonato in molti night e balere, stiamo davvero messi male. È come se avesse avuto ragione mia nonna quando diceva a mio padre ventenne che Jimi Hendrix o che so io era la musica di Satana perché lei da giovane ascoltava l’opera di Puccini. Il risultato di questi snobismi è sempre quello, il finale della Terrazza di Ettore Scola.

La musica italiana cosiddetta indie può non piacere, e metterla tutta assieme è sicuramente un grande errore, ma nessuno vieta a nessuno di continuare ad ascoltare le melodie targate Umberto Balsamo se gli piacciono così tanto.

Bentrovati.