Beach House.

Un pantalone a zampa non fa figlia dei fiori. È quello che mi sono ripetuta quando ho acquistato, un anno fa, un paio di jeans scampanati o a zampa di elefante o come volete chiamarli voi. Mi piacevano, li volevo, ero galvanizzata dal poter acquistare una taglia che mai nella vita avrei pensato di potermi permettere (merito della vita alta. Vita bassa, pussa via!) ma nel contempo non ero troppo convinta di aderire, anche soltanto idealmente, allo spirito degli anni Settanta. Non mi sono mai piaciuti troppo, i Seventies, troppa ribellione, troppa fattanza, troppa storia non ancora chiarita che continua ancora a pesare sulla politica odierna, canzoni che se eri fortunato te la cavavi con dieci comodi minuti di assolo di chitarra. E poi troppi colori tutti assieme, troppi occhiali tondi, troppi peli e troppi pochi deodoranti. Me ne sono sempre andata in giro fiera, convinta che a me del flower power non me ne importasse più di tanto. Tutto sommato continuo a pensarlo. Ma in questi giorni, oltre ai jeans a zampa dello scorso anno, ha iniziato a farsi largo un nuovo tarlo, pronto a minare la mia scorza di granitica solidità. È Bloom, il quarto disco dei Beach House, uscito ieri per Sub Pop e anticipato il 7 marzo scorso dallo streaming sul loro sito del singolo Myth.

Non è che i Beach House si siano messi a fare un disco anni Settanta, ma lo spirito, le sonorità, le ipotetiche ambientazioni se non richiamano gli anni Settanta, poco ci manca. Dieci tracce eteree, gialle, luminosissime come solo una giornata d’estate poco prima del tramonto può essere. Chitarre, organi, tastiere, riverberi e la voce inconfondibile di Victoria Legrand aprono ad un viaggio mentale di quelli che si fanno seduti, falciati dal sole. I ritmi sono rallentati, a volte ridotti a nenia, e, ripetitivi, lasciano quasi sempre, tranne che per gli incipit, soltanto alla voce di Victoria il compito di guidare il percorso. Un percorso che assomiglia quasi ad un viaggio nel Paese delle meraviglie, pieno di colori, tutti confusi e mescolati da quella luce abbacinante di prima. Un percorso fatto di saliscendi, di rarefazione e di momenti di maggiore intensità. Bloom già nel nome porta con sé ciò che deve essere questo album. Ritagliatevi un momento, le sette di una sera di fine primavera o d’estate possono andar bene, mettetelo ad alto volume e rimanete immobili a guardare il vuoto o la vecchina che stende i panni nel balcone di fronte al vostro. Se siete più fortunati, mettetevi a guardare i bagnanti che se ne vanno via dalla spiaggia trascinando bambini poco convinti di ritornare a casa e voi lì, fermi, con i capelli ancora bagnati dall’ultimo bagno.

Le sonorità di questo disco sono perfette, calibrate in tutto, anche nelle parole alla fine di Other People che sembrano quasi rubate, anche nei gabbiani e nel mare, anche nel riff di chitarra portato quasi all’eccesso in Irene. Se fossimo anglofoni poi, ci riuscirebbe facile anche capire tutta quelle liriche soppesate sin dei dettagli che hanno a che fare con il ricordo, e con ciò che rimane tra le mani di esso. Bloom, preso tutto insieme, assomiglia a quei viaggi un po’ da figli dei fiori, quelli psichedelici, però più soft, che al posto di riempirti di suoni da tutte le parti manco ti fossi ritrovato in un pestaggio senza essertene reso conto, ti conduce e ti indica con una mano affusolata e morbida che è lì che devi andare e che lì nessuno ti farà le cose cattive. Come sempre, la controindicazione dei viaggi dei figli dei fiori è non riuscire ad uscirne del tutto e volerne ancora, subito dopo. Non preoccupatevi, qui gli effetti collaterali sono davvero minimi. Mal che vada vi verrà spontaneo mettere gli occhiali tondi per proteggervi da quel sole così invadente dell’ora del tramonto. Niente paura, sono pure tornati di moda.