Dente.

Quando ero piccola mio padre ascoltava un sacco di musica. C’erano i vinili, i pennarelli che mi servivano per disegnare sulle copertine, la puntina messa male che strisciava tutto il disco. I bambini una volta imparato a camminare sono mine vaganti e hanno una fervida immaginazione. Per un sacco di tempo, oltre a credere a Babbo Natale, ho anche creduto che i vari Battiato, Guccini e De Gregori fossero amici di famiglia, dato che stavano sempre lì a cantare mentre facevo disegni astratti sulle loro copertine. Forse se avessi incrociato uno di loro, gli avrei buttato le braccia al collo o gli avrei morso una mano o lo avrei chiamato zio.

Si diventa grandi ma qualcuno ancora cede alla tentazione di dispensare pacche selvagge sulla spalla a Dente, che non va esattamente matto per certi slanci. Fortuna che non riesce ad essere cattivo. «Non riesco ad arrabbiarmi mai. È uno dei miei difetti. Piuttosto tendo a subire, sono educato». E fortuna che è autoironico, sennò, dice, si sarebbe già sparato. È così, gli dico, racconti di cose che vivono tanti e pare di conoscerti da sempre. Forse chi sa fare davvero questo mestiere riesce a ritagliare pezzi di vita facendo in modo che gli altri ci si possano specchiare. «Io racconto di cose che succedono a me, e basta. Mica lo sapevo che la gente potesse immedesimarsi così tanto. Evidentemente ho una vita molto banale». Via chat, ché si è distanti, si passa da parole dispensate col contagocce a sedute di psicanalisi. «Capita sempre così – mi dice – alla fine non si parla mai di musica».

Parliamo di musica, allora. Un tour lungo ventun mesi, un disco, L’Amore non è Bello, diventato nel 2009 miglior album indipendente al MEI e miglior disco del decennio nella classifica del Corriere.it. Un tour nei teatri, «per far ascoltare in maniera diversa certe canzoni che avevano bisogno di silenzio e di attenzione. Anche per noi è stato molto strano suonare così, vedere il pubblico seduto, composto, sobrio».

Il tour è finito però c’è una ventina di canzoni nuove. Concepite come sempre soltanto voce e chitarra, vedranno poi l’innesto di Sig. Solo e soci. «Ero ormai arrivato alla frutta. E paradossalmente ci siamo fermati nel momento di massimo splendore. Ma avevo bisogno di fermarmi, scendere dal palco e riprendere un po’ in mano la mia vita. E poi volevo concentrarmi su queste canzoni nuove senza troppe distrazioni, con l’obiettivo di far uscire il nuovo disco, magari a fine anno».

Dente odia l’inverno e detesta cappotti, sciarpe e maglioni. Fosse per lui, se ne andrebbe sempre in giro maglietta e pantaloni. «Di moda non è che ne bazzichi» mi dice. Poi, andando a fondo, viene fuori che gli piace vestire in abito e che adora le camice quelle lì, quelle sfiancate che così adesso non le fanno più. Possiede una decina di camice anni settanta che suo padre si faceva fare su misura in sartoria. Fosse ricco, andrebbe sempre dal sarto. Nel frattempo, potete sgamarlo al reparto donna di H&M «quasi tutti i pantaloni che ho li ho presi lì. Pure i cappotti, sono più belli. È così, le donne hanno l’imbarazzo della scelta, gli uomini solo l’imbarazzo».