Non esistono più le mezze stagioni (eccome).

È colpa dell’estate, della bella stagione che non inizia d’un colpo. Ogni tanto accade che dia qualche calcio più vigoroso, ma tutto sommato le mezze stagioni esistono ancora, per la gioia delle conversazioni da ascensore. Esiste il clima primaverile, lo star bene fuori di giorno, con il sole e gelare poi la sera, vestiti leggeri convinti che l’estate fosse arrivata. Sono i giorni di limbo. Provateci ad andare al mare in uno di questi fine settimana a metà strada tra la primavera, l’estate e un temporale che vi sorprende in espadrillas. Provateci a mettere i piedi sulla sabbia, a stendere l’asciugamano dove tra qualche settimana sarà pieno di lettini, ombrelloni e gente accaldata. Approfittate dei bar e dei chioschi vicino al mare mentre i gestori stanno ancora finendo di dare lo smalto al bancone e non hanno ancora appeso fuori la cartellonistica ufficiale e aggiornata con i nuovi cornetti e i magnum che continuano a chiamarsi magnum ma diventano sempre più piccoli.

Sono questi i giorni di limbo anche per la musica. Ché quelli dei chioschi hanno altro di più importante a cui pensare, dare lo smalto al bancone o provare la nuova affettatrice. Ché le radio non si sbilanciano ancora e non se la sentono di investire anima e corpo già da ora su quelli che saranno i tormentoni dell’estate. E poi anche quelli del bar preferiscono attaccare gli ultimi chiodi con la loro musica e non con quella scelta da un programma radiofonico qualunque.

Sono questi i giorni di limbo che si voltano verso il passato. Sono i giorni in cui non si esagera con il costume anche per ovvi problemi di colorito lattiginoso, epilazioni poco accurate, cambi di stagione non ancora conclusi e prove costume continuamente rimandate. L’occhio è voltato all’indietro e anche il ricordo. Che a volte sembra non sia passato un inverno fatto di neve e gelo, che siamo sempre stati lì, sull’asciugamano. Sono questi i giorni in cui si ascoltano i dischi di un anno fa, dell’estate che avevi finito gli esami e fingevi di preparare la tesi, della maturità in cui tutto era in potenza e quelli che venivano in giacca di lino e camicia alle sette di sera ti facevano pena e li vedevi lontano anni luce. Sono i dischi che hanno la targhetta estate 2006, estate 2002, messi su per pigrizia ma anche per la voglia, ogni tanto, di non ascoltare per forza la nex big thing, di stare piuttosto al caldo del conosciuto, nel selciato del ricordo prima di aprirsi davvero alla stagione intera, quella vera.

Sono i giorni in cui capita Ben Harper o i Pearl Jam che canti in automatico perché le conosci tutte, o quasi, a memoria. Le canzoni dell’appartamento di Morgan, Altrove cantata in mezzo a una partita di scopone scientifico mentre quell’acquazzone di prima ti ha sorpreso in espadrillas, i Coldplay cantati a caso, Van Morrison e i Doors che non possono essere più ascoltati in nessun altro luogo se non lì, i Franz Ferdinand che ti chiedi che fine abbiano fatto e se  l’estate era quella della laurea o quella dopo, che ormai alcune sembrano accavallarsi e perdono nitidezza e ti guardi le mani e ti chiedi come mai.

Succede che te ne vai quasi con il magone, infreddolita da quell’estate che credevi arrivata ma che invece no, mentre attorno presto tutto avrà il proprio posto, ma che ora, nel limbo, c’è tempo per l’autogestione discografica prima della dittatura della prossima Danza Kuduro.