Quando la Fornero o Padoa Schioppa o la Cancellieri sputano fuori l’ennesima sentenza sui giovani italiani da queste parti si sbuffa sempre un po’. Che sono bamboccioni, che non c’hanno nervo, che vogliono la pappa pronta e la mamma vicino a casa così da poterle portare le camicie da stirare prendendosi in cambio una teglia di pasta al forno. Facile, dico, parlare così quando si hanno sessant’anni e una vita piena di soddisfazioni. Facile per chi sembra ignorare che l’affitto di un monolocale è praticamente uguale allo stipendio. Non è così, dico, siamo i figli della generazione che più nella storia ha avuto chiaro cosa significhi benessere e ce lo ha pure insegnato per bene, mettendoci nello zainetto i succhi di frutta Zuegg con gli adesivi cangianti dei sette nani e il tegolino quando era ancora quadrato. Noi abbiamo recepito e ora ci venite a dire che nello zaino dei nostri figli, se saranno fortunati, dovremo metterci una sciapa bevanda al gusto albicocca? Proprio ora il succo di frutta bio-probiotico sembra indispensabile per crescere dei figli sani? Siamo pieni di inventiva, dico, non siamo dei rammolliti. È così che sono i giovani, no? Le innovazioni, le novità, le portano loro, da sempre, mica dei sessantenni con i colli di camicia inamidati. Lo penso davvero, quasi sempre. Lo penso davvero, tranne quando i giovani, i rivoluzionari, quelli che dovrebbero scardinare le regole animati da spirito bohémien volgono già lo sguardo all’indietro; stanno lì a preoccuparsi dei gradini più sotto ancor quando gli scalini del futuro sono ancora la maggioranza del totale.

Siamo sicuri che un “tributo” ai vent’anni dall’uscita de Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883 sia soltanto sinonimo di divertimento scanzonato per i nostri giovani artisti indie nostrani? Proprio quelli che se gli 883 fossero venuti fuori ora li avrebbero presi a novelle legnate 2.0, oppure li avrebbero apprezzati come alla più bella della classe può risultare attraente il compagno di banco ciccione. A venti o trent’anni la voglia non è quella di rompere, perlomeno a livello artistico? Quando vediamo gli Stadio che cantano per l’ennesima volta la stessa canzone non sbuffiamo un po’ tutti e ci chiediamo ma chi li comprava i dischi degli Stadio quando in Italia esisteva davvero il mercato discografico?

Invece ci ritroviamo qui, ora, tutti insieme, me compresa, a scaricare Con due deca, album di cover da oggi disponibile sul sito di Rockit. Come se non bastasse, il tutto è condito dall’attesa, dato che saranno una decina di giorni che si sa di questo ottoottotreiano 11 aprile. Ci ritroviamo tutti insieme a ricordare i nostri trascorsi a ritmo delle danze tarantolate del coreografo Mauro Repetto e dello slang pavese di Max Pezzali che da piccola capivo solo per metà. Quella similperfezione narrativa che riusciva a far sovrapporre le loro sfighe con qualcuna delle nostre. I miei anni Novanta marchiati 883 sono lì, nitidi, anche se non ho mai capito cosa volesse dire rotta per casa di dio e le pive nel sacco ho scoperto molto più tardi che non erano birre di importazione iugoslava. Ai party di Pasqua sto lì a chiedere al dj di mettere Nord sud ovest est perché, tutto sommato, so che la so, e la sappiamo, tutta a memoria, complice mio fratello e la sua musicassetta tarocca ripetuta all’infinito.

C’è sempre della felicità nella nostalgia, un come eravamo belli quando non sapevamo che sarebbe stato tutto, più o meno, come ne Gli anni. A leggere i nomi dei gruppi che coverizzano, infatti, si capisce che la maggior parte di loro con Hanno ucciso l’uomo ragno se non erano alle medie, al massimo erano in prima liceo. La maggior parte delle storie di Pezzali, dunque, erano fuori target. Avremmo capito tutti più tardi, forse, la cruda realtà delle cose, anche se pensavamo di andare a vivere tutti a Londra e di diventare dei super manager quando era ancora figo essere manager. Diciamolo, Max Pezzali e con lui Mauro Repetto erano due sfigatelli e per anni quella luce al neon da bar sport, o meglio da Jolly blu, che si percepiva in ogni loro canzone odorava di stantia provincia. Tutti lo sapevamo, per questo ad un certo punto abbiamo tutti, tranne qualcuno, smesso di seguire gli 883. Al body a balconicino e alla regina del celebrità ci lega, nonostante tutto, l’affetto per i nostri anni di imberbe giovinezza.

Ma forse non è troppo presto per voltarci indietro con rammarico verso quella luce al neon che sembrava così stantia ma che ora sembra essere forse l’unico faro di autenticità? Non è che ci siamo convinti troppo in fretta che il mondo lì fuori fa schifo e abbiamo smesso di prenderlo di petto perché ci siamo accorti che per farlo non basta una camicia ben stirata? Siamo davvero così terrorizzati dal mucciniano chenesaràdinoi da non poter lasciare i medley ai Migliori anni, a Paolo Limiti o ad un ipotetico futuro di indie dai capelli incanutiti che avranno smesso, come gli Stadio, di avere qualcosa da dire? Se andiamo avanti così, tra vent’anni che album celebreremo? Chi si rifarà a chi se stiamo già tutti a rifare qualcun altro?