Boxeur the coeur, l’intervista.

Ci sono dei momenti dell’anno che non sai inquadrare. Un po’come questi, che quando esci la mattina fa freddo e c’è la brina e poi a mezzogiorno c’è un sole così e fa caldo anche solo con il maglione addosso. Come li chiami questi momenti? Inverno? Primavera? Forse dipende solo dal punto di vista, c’è chi preferisce guardare avanti e chi non vuole fare il passo più lungo della gamba. Appartiene a questo genere di cose, a questa inclassificabilità Boxeur the Coeur, il nuovo progetto di Paolo Iocca, poli-strumentista nella Toys Orchestra e mente di Franklin Delano e Blake e/e/e che a gennaio ha dato alla luce November Uniform.
È per questa indefinitezza che chiediamo a lui di dirci un po’ di cose. È per questa indefinitezza e continua originalità che ci piace. È per quei mezzogiorni pieni di sole che Our glowing days sembra perfetta.

Cosebelle Come e quando è nato questo progetto?
Paolo Iocca Nel 2010, mentre ero in tour con gli A Toys Orchestra.

CB Come mai questo nome francofono, anche se non del tutto,comunque insolito dato che i tuoi progetti sono sempre stati molto radicati nel versante anglo-americano?
PI Forse proprio perché volevo darci un taglio con l’anglofilia a tutti i costi, o forse meglio la Yankeefilia manifesta. Al tempo seguivo un corso di pugilato, che ho scoperto essere una disciplina davvero stimolante anche a livello spirituale.

CB Scegli un aggettivo per descrivere ognuno dei tuoi progetti.
PI Adagio, andante, allegro.

CB Cosa e chi ti ha più ispirato per la scrittura di November Uniform?
PI Il libro di Simon Reynolds, Energy Flash. Lo leggevo proprio nel periodo in cui mettevo mano agli arrangiamenti. In alcuni casi ho stravolto pezzi che in origine suonavano sixties e terzinati, ricostruendoli in salsa synth-pop-house-cassa-dritta. Buffo che la maggiore ispirazione del disco dei Blake/e/e/e sia stato Post Punk dello stesso autore. D’ora in poi mi farò ispirare solo da libri, mi sa.

CB Questo disco lo hai fatto tutto da solo. Come è andata l’esperienza “musica da cameretta”?
PI All’inizio ero intimidito, quasi spaventato. Poi i feedback positivi degli altri mi hanno aiutato a continuare. Pian piano è subentrata un po’ di sicurezza e si è liberato l’estro, quello vero. Alla fine Shannon (Shannon Fields, già produttore di Stars Like Fleas, Family Dynamics, nda). ci ha messo molto del suo e i nostri scambi via mail sono stati molto importanti per capire alcuni punti deboli dei brani. Non sarebbe stato lo stesso senza questo scambio di opinioni. Spesso però ho reinterpretato a mio modo i suoi consigli e gli ho rimandato il brano in questione completamente stravolto. E’ stata un’esperienza davvero importante per me: registrare da solo le mie parti, restare una giornata intera su una parte di basso o di voce, pianoforte o banjo solo perché non mi andava di fare dei taglia/incolla… questo ad esempio non puoi permetterti di farlo in studio, costa troppo. I montaggi di parti che ho fatto su questo disco non sono dovuti a errori da correggere, ma a semplici scelte di arrangiamento.

CB Da cosa nasce la scelta di dipingerti durante i live?
PI Il live per me è un capitolo a sé, che interagisce con il disco ma non ne è affatto la fedele riproduzione. Anzi! E siccome penso che la performance dal vivo sia una modalità di espressione diversa dalla registrazione di un disco – da ascoltare e basta, magari in contesti diversi – ho pensato che avrei dovuto concentrarmi di più sugli aspetti non-musicali delle mie esibizioni. Non so come è nata esattamente l’idea del dipingermi. Ma pensavo da tanto ai colori “glow-in-the-dark”. Ne ho parlato con una mia amica-collaboratrice esperta di questi allestimenti, Sara Colombo. E’ stata lei a propormi di dipingermi dal vivo e a coinvolgere il pubblico nel dipingersi. La cosa sta funzionando. Non mi aspettavo tanta reattività e voglia di lasciarsi andare nelle persone. lei invece mi diceva «La gente non aspetta altro!». Aveva ragione.

CB Cos’è questa November Uniform?
PI Nell’alfabeto degli aeroporti (lo stesso vale per Yankee Hotel Foxtrot, che significa YHF) corrispondono un po’ alle nostre Novara e Udine. Disambiguano le iniziali N e U nelle comunicazioni radio. N e U che in inglese leggi “new”. Visto che ho dato una sterzata decisa verso sonorità danzerecce, ho pensato di chiamare così il mio disco. In realtà le due parole compaiono in una comunicazione radio che è presente nello stesso disco, è da lì che mi è venuta l’idea. Il riferimento a un’uniforme da combattimento pure mi piaceva, visto che stavolta ero da solo e quindi dovevo cavarmela senza aiuti materiali né sostegno morale. e avrei dovuto darmi molto da fare.

CB Seguendo il tuo percorso artistico sembri davvero “insaziabile”: curioso, sperimentatore. Qual è il segreto di questa tua voglia di provare sempre qualcosa di nuovo?
PI Ci sono persone che sviscerano un genere fino nelle minuzie molecolari. Li invidio. Io sorvolo le cose dall’alto ed esploro così. Poi magari ci torno più volte, ma ho un bisogno incredibile di cambiare prospettiva continuamente, di sperimentare conservando uno sguardo fresco e un po’ esterno. Se smetto di sentire di stare imparando, proprio come un apprendista, inizio a star male, proprio fisicamente, a volte! E poi non riesco proprio a credere nel modo “tradizionale” di scrittura e arrangiamento dei brani. Mi piace sfidare l’ascoltatore, non dargli quello che si aspetta, tento sempre di dirgli: perché allora non…?

CB Cosa significa originale, secondo te, nella musica? Può esistere ancora una definizione di questo genere in un campo così dominato dalla “Retromania”?
PI Curioso: Retromania è l’ultimo libro di Reynolds che ho letto. E mi sta ancora dando da pensare. Non so, io al momento la vedo così: originale è lo stile, non il suono o il genere. E spesso ci si rivolge al passato per riannodare fili spezzati, non per citare o scimmiottare. Se è così, penso sia salutare e a volte indispensabile per continuare. Se c’è una cosa di cui sono convinto è che la musica pop oggi non può non essere concettuale, non si può fare solo con l’istinto. Ogni cosa dev’essere pensata e ponderata. Perché anche la musica pop ora ha una lunga storia alle spalle che non può essere ignorata.

CB Quanto curi il tuo look?
PI Sono bipolare. Mi piace il look casual, ma non mi piace essere trasandato. Mi piace sentirmi a mio agio ma adoro ad esempio i pantaloni stretti. Cerco di mediare continuamente tra questi opposti. Beh, inutile dire che non sono certo il tipo che si mette addosso la prima cosa che trova in armadio… Sono molto affezionato ai colori netti, quelli dei pennarelli e nell’abbigliamento cerco quelli. Mi piace abbinarli in modi ricercati e a volte inaspettati, apparentemente scorretti. Mi piace il pugno nell’occhio che diventa bello man mano che lo guardi. Come nella musica.

CB Hai un feticcio, un accessorio o un capo di abbigliamento che acquisti con ritualità o che collezioni?
PI In fatto di abbigliamento non ho feticci, ma compro ricorsivamente jeans stretti colorati. Non ha nulla a che vedere con il collezionismo, non ci sono meccanismi psicologici particolari. Semplicemente mi piacciono.

CB Un libro sul comodino.
PI Ora ho La Danza Della Realtà di Alejandro Jodorowsky.

CB Un disco che stai ascoltando e uno che più ti ha accompagnato nei mesi di scrittura del tuo nuovo album.
PI Ora il disco che ascolto più ricorsivamente è Monkeytown dei Modeselektor. Durante il processo di scrittura del disco – che è durato parecchi mesi – se ne sono succeduti alcuni, tipo i Local Natives, i These Are Powers, i Fool’s Gold, qualche vecchio mixtape di Detroit Techno, tipo di Derrick May, l’ultimo di Caribou… ma mi sa che molti me li sto dimenticando. Con gli ascolti sono un disastro, non seguo la linea temporale delle uscite. Vado davvero random.

CB Un’epoca in cui vorresti vivere se avessi la macchina del tempo.
PI Se avessi la macchina del tempo viaggerei nel futuro. Ho un rapporto conflittuale con il passato. E poi sarebbe impossibile decidere per un tempo passato senza un’opportuna collocazione geografica. In Italia non vivrei in nessuna epoca passata. Se dovessi decidere per un’epoca di arretratezza, allora meglio a Tahiti o in qualche altro paradiso dove il cibo ti cade in testa, non c’è mai freddo e non c’è odio né guerra.

CB Una Cosabella.
PI Una campana tibetana

Photo Raffaella Santamaria.