Perché Sanremo è Sanremo.

In Giappone, si sa, sono tutti stressati. In Giappone c’hanno tutti quella dedizione per l’azienda, il capo, il lavoro fino a notte fonda che se leggete uno qualsiasi dei tanti libri di Murakami o della Yoshimoto o di chi volete voi li trovate una pagina sì e una pure. Poi quando vien fuori che i giapponesi cantano tutti al karaoke o che si ubriacano fino a collassare e dormono per strada perché hanno perso l’ultimo treno li giustifichiamo e un po’ li compatiamo proprio perché sono tutti stressati, poverini. In Giappone esistono anche delle stanze completamente arredate, piene di ninnoli e bomboniere Capodimonte che manco zia Lina. Sono stanze pubbliche dove tu, giapponese stressato, puoi metterti lì e spaccare tutto, sfracellare piatti contro pitture ad olio e nessuno ti dice niente. Puoi pure urlare come un forsennato frasi irripetibili contro il tuo capo o tua moglie che tanto non ti sente nessuno. Quando esci, caro giapponese stressato, sei una ameba tanto sei disteso. Riprendi la tua valigetta e vai a prendere il tuo ciufciuf senza più quelle brutte rughe di espressione che ti segnano il viso. Ti fermi pure a prendere un mazzo di fiori per sorprendere la tua dolce metà.

Noi non siamo stressati come i giapponesi, non veneriamo i nostri capi come fossero penati, però le nostre tensioni ce le abbiamo lo stesso. Che fare, dunque? Come porre fine a quel nervosismo che rende intrattabili, poco socievoli e odiosi? La soluzione è inveire contro qualcuno, giudicarlo, meglio ancora se negativamente. Noi italiani non avremo a disposizione stanze da mandare in frantumi, ma per una settimana l’anno c’abbiamo Sanremo. Chiaro che non tutti ne hanno bisogno, ci sono dei fortunati che riescono a rilassarsi con un bicchiere di vino, un buon libro o ascoltando un disco degli Einstürzende Neubauten, ma mica siamo tutti uguali. Per chi non ci crede che la scena musicale italiana sia Al Bano o Peppino di Capri, Sanremo è questo: la stanza da distruggere. Per un’intera settimana ti metti in pigiama e ti piazzi davanti la tv, bypassi pure Ferrara e ti cucchi le gaffe e le mani grandi di Gianni Morandi, le farfalline di Belen, la risata elegante di Ivanka o Ivana qualcosa, i perenni rosicamenti della Canalis. Ti metti lì a giudicare gli abiti, i tempi televisivi, l’audio, la regia manco fossi quel deficiente (cit.) di Aldo Grasso. E poi si sa che le cose si fanno meglio in compagnia. Ditemi voi che gusto c’è a sparlare di qualcuno tutti soli. E allora vai di gruppi d’ascolto io porto la torta salata io faccio i muffin e vai di hastag su Twitter. Quest’anno c’era pure il guru Celentano che era come avere per le mani un vaso Ming in una di quelle stanze dei giapponesi di prima.

Ma i veri protagonisti del severo giudizio collettivo sono loro: le canzoni e i cantanti. È lì che l’italiano stressato si scatena. Come se ce ne fregasse davvero qualcosa se Marco Carta fa sold out a noi, orgogliosi come siamo, che andiamo a vedere i concerti in locali fumosi e microscopici e ci piace di più la demo. I Marlene Kuntz si son venduti al pop e ai dolcevita sotto alle camicie. Irene Fornaciari era vestita come la zia di Pordenone alla mia laurea, c’ha in casa Adelmo ma si fa scrivere le canzoni da Van de Sfroos. Samuele Bersani non lo seguiamo più ma lo apprezziamo perché è romagnolo, ci piaceva tanto Giudizi Universali e con gli occhiali nuovi sembra pure più figo. Tutti lì a chiederci quando di preciso i mono orecchini dimensione insalatiera di Wimbledon sono tornati di moda. Tutti lì a preoccuparci per la situazione coniugale di Eugenio Finardi perché lo si sa che i neo separati portano per giorni la stessa camicia, quella stessa camicia che una moglie assennata non avrebbe nemmeno fatto entrare nell’armadio. Tutti lì a domandarci chi sia sta Civello e perché abbia portato con sé il fratello ciccione di Shaggy; cosa facciano i Matia Bazar durante le altre 51 settimane dell’anno e cosa stia facendo Ambra, per una settimana libera dai gargarismi del compagno Renga; cosa direbbe Noè se vedesse la coppia Berté-D’Alessio. E siccome abbiamo ancora il fanciullino dentro, quando scopriamo che Emma, l’ennesimo prodotto DeFilippiano, arriva prima, stiamo tutti a struggerci e a chiederci dove andremo a finire di questo passo. Tutti a dire non si capisce una fava di questo testo, doveva vincere Noemi anche se sembra Vasco Rossi. Macchè, doveva vincere Nina Zilli che ormai si gira solo se la chiami Mina o Amy Winehouse. Nonono doveva vincere Dolcenera che il pezzo mi è proprio arrivato e poi aveva il look migliore a parte l’ultima sera. Sarà stato per quello che non ha vinto. Come se non fosse vero che una volta vincevano gli Homo Sapiens, Nicola di Bari o Lola Ponce con Jo di Tonno, che non sembrano tanto meglio. È che con Sanremo ci si appassiona e, come con la sindrome di Stoccolma, si finisce per innamorarsi del proprio seviziatore.