Colapesce. L’intervista.

Ognuno ha dei difetti. A qualcuno ci si è affezionati e si finisce per volergli bene, ad qualcun altro gli si fa una lotta senza posa, spesso con scarsi risultati. Altri, sai di averli, sai che non li vorresti, sai che chi ti circonda non vorrebbe che tu li avessi. Ma stanno lì. Io c’ho quella malsana abitudine di chiedere due tiri di sigaretta ai vari malcapitati che mi passano sotto tiro. Ti guardi intorno e tutti si fumano le loro sigarette placidi, nessuno gli fa gli occhi dolci per chiederne solo una parte. E invece poi ascolti Colapesce e la serenità si diffonde dentro di te. Dividere una sigaretta con te è sempre un piacere, canta in Un giorno di festa. Ma allora non sono sola, non sono un’antipatica solitaria che rovina l’idillio nicotinico dei miei amici! Nel mondo c’è tanta gente che divide le sigarette, e per qualcuno è addirittura un piacere. Che gioia.

La serenità si diffonde ascoltando Un meraviglioso declino di Colapesce (già Albanopower). Racconti quotidiani, di un’abitudine resa preziosa dalla ricerca attenta delle liriche. Un dentro e un fuori che rimbalza in tutto il disco. L’estate luminosa e afosa che rarefà i bordi delle cose, la coppia, i piccoli gesti della vita a due, ma anche i cortei, il lavoro e gli stipendi troppo esigui, i barbari, i mirabili paragoni ne La distruzione di un amore. La capacità di un’artista a volte è quella di saper evocare, di dare confini a cose che non puoi toccare, soltanto immaginare. Poche pennellate che danno la visione di insieme, ricreando delle scene definite. Frasi da scrivere sulla Smemo, se ne avessimo ancora una. E questa intervista, tutta da leggere.

CosebelleCome è nata la voglia di intraprendere un percorso nuovo dopo l’esperienza Albanopower?
Colapesce – Era nell’aria da svariati anni, avevo voglia di misurarmi con la lingua madre. All’inizio i risultati sono stati orribili, poi ho cominciato a trovare una mia dimensione. Oggi mi sento a mio agio e sono contento di questa virata italica, anche se gli Albanopower non si scioglieranno mai, come i Pooh.

CB Il tuo nome, Colapesce, è un antico mito siciliano. Perché lo hai scelto?
C – Un uomo, che per amore verso la sua terra, sacrifica la propria vita restando per sempre negli abissi a reggere una colonna. Perfetto! E poi c’è anche un legame di tipo affettivo, mi ricorda i racconti di mia madre.

CB Dopo l’exploit di Brunori Sas nel 2011, nel 2012 potrebbe essere Colapesce l’artista che arriva da quella parte d’Italia che troppo spesso, a causa del Milanocentrismo, si pensa poco viva o depressa. Se guardiamo l’attualità, poi, è proprio da qui che iniziano le proteste che hanno avuto eco in tutta Italia. Come mai, secondo te?
C – Non condivido a pieno la rivolta sicula per svariati motivi: si è collusa con movimenti politici di estrema destra e più manifestanti, con la forza, hanno costretto alcuni commercianti alla chiusura delle botteghe. Aborro qualsiasi tipo di violenza. La benzina è cara da vent’anni e non c’era bisogno di un governo tecnico per svegliare le coscienze. I forconi sono una mezza buffonata, ma il discorso sarebbe troppo lungo. In generale, le aree più depresse del paese hanno più cose da dire e raccontare, il problema è che spesso si sfocia nel patetico e nelle rivolte in stile sagra di quartiere. Brunori scrive benissimo e i suoi Poveri Cristi sono pieni di umanità, lui è una persona splendida e merita il successo che ha.

CBDa cosa è nato questo titolo?
C – Il titolo nasce oltre un anno fa, mi sembrava un ossimoro perfetto per descrivere lo stivale, non trovi?

CB Cosa ti ha più ispirato per la scrittura di questo album?
C – Sarebbe una lista troppo lunga, a grandi linee si è trattato di scovare l’amore nella decadenza che ci circonda. Il disco è una sorta di concept album: la società vista da due giovani innamorati, neolaureati e disoccupati.

CBNelle tue canzoni, in quasi tutto l’album, si percepisce un dentro e un fuori. Una casa, una dimensione intima, una coppia e un esterno che spesso sembra essere osservato dalla finestra, da dietro una tenda. È una condizione soltanto fisica, descrittiva o anche mentale, psicologica?
C – Sono stato sempre affascinato dalle finestre come elemento metaforico. Solo a fine percorso mi sono accorto che quasi tutto l’album era ambientato in interni, mentre l’esterno è quasi vissuto come una condizione da cui proteggersi. Esci dal corteo, ritorniamo a casa ne La zona rossa; l’autostrada sputa fuoco, sembra un drago in Oasi; I soldatini dal fango sorvegliano ancora il quartiere in Bogotà, Apro la finestra sul cortile in Sottotitoli etc.

CBCome sono nate le collaborazioni presenti nell’album? Come è nato l’incontro con Alessandro Raina e la collaborazione ne I Barbari, in effetti molto “raineggiante”?
C – Tutte le collaborazioni sono nate sulla base di un’amicizia pregressa. Lo stesso vale con Alessandro, con cui abbiamo condiviso, negli anni, svariate esperienze di vita sia sopra sia sotto il palco. Ultimamente un lungo viaggio in Kenia ha consolidato la stima reciproca. Da qualche tempo pensavo a una sua collaborazione in Un meraviglioso declino, e I Barbari mi sembrava la canzone più adatta per le sue corde. Abbiamo un registro molto simile e in alcuni passaggi ci ricordiamo a vicenda.

CBChi sono questi Barbari?
C – Il testo dice tutto. La canzone è ispirata in parte a un film di Brian Yuzna, Society, e in parte a un manzo palazzinaro di Siracusa. I Barbari sono ovunque, sono muniti di lauree. Li puoi trovare al supermercato o più facilmente agglomerati in delle discoteche fighette poco fuori i centri abitati.

CB – Quanto curi il tuo look?
C – Sono più bravo a curare le canzoni.

CBHai un feticcio, un accessorio o un capo che acquisti con ritualità o che collezioni?
C – Nella vita avrò comprato e regalato almeno venti copie di Disintegration dei Cure. Ho la fissa per le Clarks, i cappotti scuri doppiopetto, le chitarre acustiche e i vinili. Ho una vecchia maglietta con scritto New York che mi trascino nel trolley da svariati anni e che,per la gioia di mia madre, prima o poi butterò.

CBUn libro sul comodino.
C La spiaggia di Cesare Pavese.

CBUn disco che stai ascoltando e uno che più ti ha accompagnato nei mesi di scrittura del tuo nuovo album.
C – In questi giorni sto ascoltando parecchio Tamer Animals degli Other Lives, invece un disco che ho divorato durante le registrazioni è Queen of denmark di John Grant.

CBUn’epoca in cui vorresti vivere se avessi la macchina del tempo.
C – Il Rinascimento.

CBUna cosabella.
C – Per me? Il mare, ovviamente.

E in perfetto stile Sanremese,
Bogotà. Di Colapesce, canta Colapesce.