Oh no oh my. Live report.

Qui si dovrebbe parlare di moda e musica. A guardarli, gli Oh no oh my hanno poco della prima. A sentirli, molto della seconda.

Se per moda intendiamo soltanto lo stile, forse non si può dir molto di questi quattro texani tutti camicie e barba incolta. Mettiamoci pure che tre sembrano praticamente fratelli e il batterista sembra non c’entrare un tubo. Tipo un Beatles-emo in mezzo a tre boscaioli. A vederlo. A sentirlo, spacca di brutto. Ve lo dico, c’hanno pure un pochetto di panza. E al Porcupine pub non hanno nemmeno rotto chitarre o distrutto il locale. Nessuno sguardo languido, pochi occhiali da sole e nessuna sigaretta tenuta su labbra rockamente screpolate.

Li vogliamo spogliare questi Oh no oh my? Forse no.

Gli Oh no oh my sono uno dei tanti esempi di musica ascoltata da pochi ma che, grazie alla pubblicità, viene sparata nelle orecchie di milioni di persone.

Capita di voler uccidere Duffy e chi ha scelto la sua canzone come jingle pubblicitario, ma capita pure di scoprire dei gruppi indipendenti grazie alla pubblicità di un’auto. Così è stato per gli Oh no oh my e da domenica scorsa è così anche per Annie Hall, gruppo bresciano che ha prestato alla pubblicità la sua Ghosts’ legs.

È così che mi sono trovata un pomeriggio a cercare su Google di chi era quella musica che mi rimaneva in testa anche dopo i canonici trenta secondi di pubblicità. Erano loro. Era la loro Walk in the park. Sul myspace ho scoperto che a gennaio usciva il loro disco, People Problems e che avevano alle spalle un tour con Gnarls Barkley e coi Flaming Lips. Poi ho scoperto che due mesi dopo se ne sarebbero partiti dalla loro Austin per venire a perdersi nella nebbia più fitta un martedì sera, in Italia, ad Ariano Polesine.

Quattro polistrumentisti con un suono pieno, deciso, che ha fatto subito dimenticare che mezzora prima ho quasi buttato i sassolini per terra per poter ritrovare la strada al ritorno, come Pollicino, persa nella nebbia.

Gli Oh no oh my sono americani e lo senti subito. Senti le chitarre folk e l’aria da college, i brufoli e i prati verdissimi. Sei lì che quasi ti sei stufata di quell’atmosfera troppo giocosa. Tu l’armadietto non ce l’hai mai avuto e al ballo di fine anno nessuno ti regalava il bouquet fatto a braccialetto. Il quartetto di Austin cambia registro, forse perché ti vede che stai andando a prenderti una birra e parte con delle sonorità più beatlesiane. Mescola i campus e le atmosfere british. Magari anche per accontentare quel caschetto perfetto sfoggiato dal batterista.

Suonano un’ora e mezza, si passano le chitarre elettriche, quelle acustiche, il basso, cantano, c’è pure Tim Regan che abituato com’è a fare di tutto, per quei minuti che se ne doveva star fermo decide di mettersi a ballare, sia mai che rimanga con le mani in mano per mezza canzone.

Gli Oh no oh my sono allegri, si divertono sul palco. Ridono sì, ma sono belli precisi e sbagliano poco. Si sente che dentro a quelle canzoni ci sono i loro pomeriggi e la loro vita. Sorridi e torni a casa, persa nella nebbia, ma soddisfatta.

Must listen: Walk in the park, Walking into me.