Tiziano Ferro

Sono qui oggi per dirvi una cosa ovvia. Tutti hanno degli scheletri nell’armadio. È una cosa ovvia, ve l’avevo detto. C’è chi si millanta vegetariano e poi quando va a pranzo dalla mamma si sbafa una teglia di lasagne e pure i saltimbocca. Ci sono donne attentissime al loro sex appeal che poi indossano i mutandoni bianchi della nonna perché, diciamocelo, sono troppo comodi. C’è il topo di biblioteca che ha dovuto leggere il sunto de L’idiota perché lui, per quanto ci abbia provato, Dostoevskij non è mai riuscito a finirlo. Il problema degli scheletri nell’armadio non è tanto il fatto di averli, piuttosto l’ammetterlo a se stessi. Tu, topo di biblioteca, quando iniziano a parlarti del principe Myskin, dando per scontato che lo hai letto per la prima volta a tredici anni, fingi di averlo letto ma si vede che non ne sei convinto; si vede che non è il tuo terreno e viri bruscamente su Canetti, che è meglio. Non mentono gli occhi, perché lì è il senso di colpa che parla. Lo sai, topo di biblioteca, che Dostoevskij va letto, lo sai che dovresti leggerlo e L’idiota è sempre lì, minaccioso, sul tuo comodino a fomentare il tuo malessere interiore.

Prendete ad esempio una che tiene una rubrica di musica su una bellissima webzine, una che si mette a spulciare riviste cartacee e non a caccia del nuovo fenomeno musicale, che con dedizione ascolta ore di musica alla ricerca di scoprire un nuovo artista da spogliare, una che sfida nebbie padane e sonno per un concerto più o meno imbucato, più o meno conosciuto. Ecco, mettete che questa qui vi venga a dire che è successo un paio di volte che si sia messa a piangere ascoltando una canzone di Tiziano Ferro. Poi aggiungerà che forse è successo una volta sola, che aveva il ciclo, che non era giornata, che aveva dormito pochissimo e che era un periodaccio, quello. Che forse non era proprio colpa della canzone, se aveva pianto, forse avrebbe pianto lo stesso. È inutile, è proprio dura ammettere di avere scheletri nell’armadio. Ma se non lo fosse, forse non sarebbero tali.

Il Tizianone nazionale è così, tanto genuino. Era ciccione e poi è dimagrito (anche se ogni tanto capita che mangi quattro -e dico quattro- pizze). Era goffo ma poi si è messo a fare le coreografie hip-hop. Parlava come un ragazzotto della campagna laziale ed è andato a vivere a Manchester e in Messico, così adesso fa le collaborazioni con John Legend (in Karma, traccia che chiude l’ultimo disco). Cantava che gli piaceva Raffaella Carrà e tutti a dire ma che giocoso ‘sto Tiziano, e poi vien fuori che sì, è vero che è gay, e adesso è felice perché lo ha detto pure a papà.

È simpatico, Tiziano. Ti dà l’idea di essere un tipo schietto e sincero, tutto incertezze e tanta voglia di fare. C’è da dire che i vari Xdono, Rosso Relativo con conseguenti balletti li passo volentieri. Tiziano va forte con le ballate, con i fogli di giornale, con quando non ritorni ed è già tardi e fuori è buio, con la vita che gli fa perdere il sonno. Roba così, mica i balletti.

Tiziano Ferro ha fatto uscire un nuovo disco, L’amore è una cosa semplice. E anche lì, i balletti e l’hip-hop americaneggiante ve li lascio, pure il pezzo cantato in spagnolo (Quiero vivir con vos). Ma poi c’è lo zoccolo duro della ballata, e lì me lo vedo Tiziano, un po’ triste, lontano da casa, che non può manco affogare la tristezza in un bigné perché sennò il personal trainer lo cazzia. E lui allora che fa? Scrive una ballata.
E così succede che questa tipa che tiene una rubrica di musica e che va a vedere concerti di gruppi di ragazzine islandesi in micro club berlinesi si metta a piangere con le canzoni di Tiziano Ferro. Lei continua a dire che è colpa del ciclo e della bruschetta nell’occhio, ma io le credo sempre meno.