Vinicio Capossela, Marinai Profeti e Balene tour. Basilica dei Frari, Venezia.

Il destino è come la balena, lo riconosci dalla coda.

Le cose a volte capitano per caso, senza preventivarle. E sono anche quelle che spesso vengono meglio. Era molto tempo che degli amici avevano deciso di andare a vedere Vinicio Capossela alla Basilica dei Frari, a Venezia. Io avevo altro in testa, poco argent de poche e in più spesso quando troppo tempo, o troppo spazio, mi separa dalle cose, me le fa sembrare meno importanti, evitabili. Quel troppo tempo finisce per passare e capita che quella sera sia anch’io della partita di Vinicio. Sold-out in una chiesa, capiterà due volte l’anno.

Il tour di Capossela è quello di Marinai Profeti e Balene, il disco che suggella i suoi vent’anni di carriera. Un disco meno danzereccio, meno viscerale di quelli che hanno portato Capossela al successo, ma che si inserisce in qualche modo nel percorso e nel filone più intimista e personale di Ovunque Proteggi e Da solo, i due album precedenti. Diciannove tracce in cui si percepisce un Vinicio molto diverso da come lo avevamo lasciato. C’è riflessione, letteratura, ci sono Melville, Conrad, Salgari, Omero, la Bibbia. Un concept album, un audio-libro che si snoda in diciannove capitoli da ascoltare e da leggere con cura piuttosto che da ballare o da metter su quando si è in compagnia. Quale miglior occasione, dunque, per un tour nei teatri, quale migliore occasione per una basilica quasi sempre chiusa al pubblico, ma che, una volta aperta, lascia senza parole? Senza parole lascia, nostro malgrado, anche l’organizzazione, perlomeno nella gestione degli spazi, divisi per davvero in serie A e serie B, chi ci vedrà e chi no.

Il concerto viene introdotto da un frate che sorprendentemente sprona il pubblico a godere della bellezza di ciò che lo seguirà per poi riportarla nella vita di ognuno.
Il Vinicio che sale sul palco parla sottovoce, quasi intimorito dal luogo, introduce piano i pezzi, quasi tutti tratti da Marinai Profeti e Balene. È un Vinicio nuovo: più in forze, più sano, più luminoso, più lineare; pare aver abbandonato quelle abitudini che lo imbruttivano.
È uno spettacolo vero, questo concerto. La scenografia è quella di una nave, perlomeno quella che riusciva a starci sull’abside della basilica. I musicisti sono vestiti da marinai ottocenteschi e da secoli lontani provengono anche alcuni strumenti, come il clavicembalo e il theremin che spesso si confonde con le voci del coro presente, anch’esso, sul palco. Compare tra i fiati addirittura una serie di conchiglie giganti.

Vinicio cambia spesso abiti e cappelli. Una volta è il capitano, una volta un polpo fucsia di paillette, un’altra rimane in maniche di blusa bianca e un’altra ancora indossa una pelliccia. I cappelli sono cilindri, elmi d’armatura, bicorni napoleonici. Bisogna mettere subito da parte quella vocina nella testa che dice sì vabbè ma io voglio muovermi come una tarantolata con Capossela, non rimanere immobile per morire di freddo dentro una chiesa! No, non è così che si deve ragionare se si vuole vedere Marinai Profeti e Balene. L’atmosfera è quella dello spettacolo composto, del teatro. Ed è bello anche così, soprattutto se, per una volta, una chiesa apre i suoi portoni per accogliere molta di quella gente che in chiesa ci entra raramente. Ed è ancora più bello quando sembra tutto finito, quando sembra che i musici se ne vadano e invece con L’uomo vivo si sente il Capossela di sempre, quello tarantolato. È qui che tutti si alzano in piedi, battono le mani e cantano, compresi quelli che per un’ora e mezza se ne son dovuti stare lontani là nelle retrovie, a scorgere il concerto. Arriva il punto in cui le flebili recinzioni non servono più, si sfondano, per diventare tutti spettatori di serie A, un unico pubblico da concerto di Vinicio. Son cose che fanno commuovere queste, che fanno venire un po’ di pelle d’oca e sorridere mentre ti guardi attorno. Veder correre la gente in una chiesa, vederla cantare e ballare e battere le mani. Sentire una canzone come Il ballo di San Vito in una chiesa. Non sarà una canzone adatta per questi luoghi, ma si tratta pur sempre di un santo.