David Lynch

I sindacati manifestano, i ministri si commuovono, i pensionati aprono il portafogli chiedendosi dove hanno sbagliato, la classe del ’52 si guarda attorno confusa sul perché deve toccare proprio a loro. Noi ormai ci abbiamo messo una pietra sopra, consapevoli che ci conviene organizzarci per tornare al baratto o rivalutare le conchiglie come moneta, perché in pensione non ci andremo mai e se ci andremo pare che non ci guadagneremo molto.
Poi vai dal calzolaio, che c’avrà almeno settant’anni. Una volta glielo ho chiesto, al calzolaio, perché continuasse a lavorare nonostante avesse un figlio giovane e, come si dice, in età produttiva. E lui mi ha risposto che sì, forse se ne starebbe meglio a casa. Ma a casa che fa? Si annoia, il tempo sembra non passare mai e lui una cosa sa fare, riparare scarpe. Mettere tacchi e risuolare. Pure sua moglie lo spinge fuori di casa, che non lo può vedere così, con le mani in mano, a ciondolare per la casa, che lei deve pulire e deve fare un sacco di commissioni e lui l’impiccia. L’ho fatto per una vita, la mia vita è qui e queste sono le mie mani, callose e sporche di mastice, mi dice. È finita che me ne sono andata così, un po’ scossa da questa ammissione del calzolaio e pure dalla cifra che mi ha chiesto per risuolare un paio di sandali. È finita che ho pensato sì, c’è un sacco di gente che spunta i giorni che mancano dalla pensione su un muro, che non ce la fa più, e poi ci sono quelli che vivono con il loro lavoro, in tutti i sensi, e non smettono mai, perché, in fondo, il loro lavoro lo amano.

Se uno è calzolaio, è calzolaio tutta una vita. Se uno è David Lynch, è David Lynch tutta una vita. Dopo cinque anni dall’ultima sua fatica cinematografica, Inland Empire, il sette novembre scorso è uscito Crazy Clown Time, il primo vero disco firmato Lynch. Nel frattempo, in questi cinque anni abbondanti, Lynch non è stato certo fermo. Si è allontanato da Hollywood, è venuto in Europa, si è concentrato ancora di più nella meditazione che pratica ormai da quasi quarant’anni. In più, a Parigi ha aperto il Club Silencio, in rue Montmartre, un luogo -ormai culto- dove chiunque (ma soprattutto creativi ed artisti di ogni genere) possono vivere il silenzio, aiutando sé stessi non solo per la produzione artistica, ma proprio per viverlo, il silenzio. Il club è formato da una biblioteca, un cinema, una sala fumatori e un’ennesima sala con un palco. Inoltre, il regista gira il mondo per promuovere il suo progetto di meditazione trascendentale, soprattutto per i giovani.

“Il mondo è diventato una stanza rumorosa, il silenzio è il luogo magico in cui si realizza il processo creativo”. Così Lynch giustifica il suo Club Silencio. Ma come giustifica e argomenta il suo Crazy Clown Time, i suoi film? “Come sono affascinato dal silenzio, dal vuoto che si sperimenta con la meditazione, sono affascinato dal clangore. Silenzio e dinamismo sono in sintonia nel mio essere. Dentro di me c’è un silenzio assoluto, ma c’è anche il dinamismo. Oggi tutto è gridato, strillato, l’unico angolo di quiete è dentro noi stessi”.

I suoi film e la sua musica, in effetti, non aiutano di certo a trovare quiete, ma piuttosto insinuano in chi li fruisce una sensazione di cupezza, di disagio percettivo e dissonante. È difficile separare il cinema di Lynch dalla sua musica, anche in questo Crazy Clown Time. Suoni elettronici, vocoder, riverberi ed echi, tappeti di blues ripetitivo e ipnotico. La sola ospite con cui Lynch ha collaborato è stata Karen Ann, che ha performato Pinky’s Dream, la prima traccia del disco. Fin qui nulla di nuovo. Per chi conosce Lynch è questa la sua formula magica, il fil rouge che unisce i suoi film e che appassiona milioni di fan in giro per il mondo. Fin qui nulla di nuovo, per un’opera di Lynch però non è cosa consueta da dire. È lo stupore, seppur misto a disagio che permea le sue opere. Qui lo stupore sembra mancare. Crazy Clown Time assomiglia a una colonna sonora, a un film Lynchiano ideato però in sonoro, in cui per una volta sembra avere messo da parte la componente di sorpresa. Ma non temete, Crazy Clown Time è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da David Lynch.

Dopotutto, se uno è David Lynch, è David Lynch tutta la vita.