La Tempesta al Rivolta. Il pensierino aka report.

Sembra che sia tempo di report. Dopo avervi ammorbato con la mia gitarella berlinese con annesso concerto dei Califone la scorsa settimana, ecco che vi tocca un altro resoconto. Stavolta però poca gitarella, solo musica, come questo weekend appena trascorso.
Dopo la sfortunata esperienza della scorsa estate a Villa Manin, La Tempesta ci riprova e dà vita al suo primo festival invernale. Il contenitore è il Rivolta pvc, a Marghera, Venezia.
Manco a dirlo, piove, e io che ho provato a suggerire di chiamarla Solo Splendente questa benedetta etichetta ché abbiamo capito che con La Tempesta sembra una di quelle profezie che si auto-avverano. Fortuna che questa volta, sarà l’esperienza, sarà che è il 3 di dicembre, i concerti si svolgono al chiuso. Due palchi, due sale, una più piccola e l’altra più grande, dove si sono avvicendati una parte dei gruppi che fanno uscire i loro dischi sotto etichetta La Tempesta. Si inizia con Il Cane e I Melt, ma purtroppo arriviamo troppo tardi per farcene un’idea precisa.

Resta il tempo per guardarsi un po’ in giro, per prendere uno spriz benaugurale, notare che anche se sono le otto e mezza di sera e i concerti andranno avanti almeno fino alle due, c’è già un sacco di gente. Si dà il via anche nel main stage, nell’Hangar; ad aprire le danze, i Sick Tamburo. Passamontagna d’ordinanza, mini coreografie della cantante, gente che le sa tutte. Io, nessuna. Ma mi rimane impressa sta roba del cane con tre zampe.

Torniamo nel Nite Park, quello più piccolo, quello con i soffitti più bassi e quindi anche il palco più basso e quindi io non vedo molto, ma siccome c’è un sacco di gente di là, coi Sick Tamburo, riesco a infilare una prospettiva di spalle basse-diagonali-teste a sinistra che mi permettono di vedere degli immensi Bachi da Pietra. Sono in due, hanno una batteria striminzita (al contrario di chi la suona) e una chitarra e una voce teatrale e basta così per sentire tutto quello che serve. Suonano anche pezzi nuovi in prossima uscita, su cui sospendiamo il giudizio, ma ne ricordiamo un assioma che può far capire molte cose del nuovo disco: anche un muschio sogna.

Intanto, nell’Hangar si preparano i Tre Allegri Ragazzi Morti, che per l’occasione performano La Testa Indipendente, primo disco pubblicato dall’etichetta La Tempesta di cui proprio loro hanno la paternità e che proprio nel 2011 festeggia dieci anni. Un pubblico entusiasta, ballereccio che dimostra, se ce ne fosse per caso il bisogno, che questa Tempesta è riuscita a costruirsi un bel posticino nel cuore di tanti.
Il Nite Park esplode, tanto da domandarsi se ne usciremo vivi da queste migliaia di persone accalcate, riscaldate a dovere e ora esaltate da Giorgio Canali & Rossofuoco. Sembra che non solo Mick Jagger abbia fatto il patto col diavolo, ma anche qui in Italia pare ci sia chi ha preso contatti con il Belzebù.

La strategia dell’andare controcorrente in un festival di un’etichetta indipendente, può sembrare assurda, ma viene premiata. Una volta usciti dalla calca di cui sopra, riusciamo a infilarci tra le prime file dell’Hangar. A breve, il live dei Massimo Volume. Intanto che si aspetta, capita di vedere persone care anche se non le avevi ancora viste prima, ma le hai sentite un sacco di volte. Tipo la Santelli, vecchia conoscenza di Cosebelle. Che ve lo dico a fare, i Massimo Volume sono magistrali e trascinano e spingono e sono come un’onda. E anche se, come qualcuno mi ha detto che c’è di trascinatore in uno che dice cose tristi? Beh, c’è che tutti siamo tristi, soltanto che loro danno un nome alle cose che ancora non ce l’hanno. E tu dici ecco, è così che mi sento, è così che vedo guardando fuori da un finestrino di un treno.

Mentre è tutto un fermento per l’imminente live de Le Luci della Centrale Elettrica, nel Nite Park c’è la Classic Education, e si va e si vede bene e si sente troppo basso ma si balla e c’è anche il nuovo disco, Call it blazing, ed è tutto un ancheggiare e un saltellare.
C’è tutta sta ansia per Vasco Brondi, dicevo, tutta questa attesa. E io era una vita che non lo vedevo. Oddio, una vita magari no, ma più di un anno sì e allora è venuto fuori che lui adesso gira per il palco con la chitarra, gira per il palco senza chitarra ma con il microfono e attacca dei pezzi dei suoi reading ai finali delle canzoni, fa Summer on a Solitary Beach di Battiato e saluta ancora tutti con quel grazie milioni che mi ha sempre fatto ridere. Poi vedete che a vedere Le Luci vien spontaneo scrivere un po’ come lui, perlomeno quando si parla di lui, seppur senza cassonetti e materassi sporchi. E nonostante tutto, credo che gli si debba riconoscere una forza, una capacità scardinatrice, anche solo per i suoi cazzo di anni zero.

Poi ci sono gli Zen Circus, il loro nuovo album Nati per Subire, il loro essere giocosi ma tremendamente veri. Veri come il mal di schiena che comincia a salire un po’ a tutti, come la nebbia sulla Romea, la stanchezza e pure i reumatismi.
È così che leviamo le tende mentre gli Zen Circus stanno ancora suonando, e non si fa così che se si fa un report si doveva andare a vedere anche Gionata Mirai e il suo finger-picking e pure il dj-set di Momo anche se non mi saluta mai e pure quello di Nikki, quello di Radio DeeJay, quello del cazzofigata.

Ma alla fine sono una finta reporter, come Jack Nicolson nel film di Antonioni, e voi mi avete scoperta.