Califone + My Sad Captain @ Comet Club, Berlin. Live report.

Berlino certe volte sembra così nuova che ti viene da pensare di non essere mai nel posto giusto, mai nella parte di città che corre, che scrive l’agenda. Perché qui, in effetti, non corrono in molti. Oddio, corre, nel senso di fare jogging, un sacco di gente, ma per il resto nessuno pare avere fretta, nessuno pare incazzarsi mai con il treno della metro che gli chiude le porte scorrevoli davanti al naso. Nessuno spintona, nessuno ti sorpassa urtandoti con la borsa troppo grande mentre tu te ne stai placido e turista sulla destra degli scalini della scala mobile.
Berlino sembra quasi vuota per la razionalità dei suoi spazi, per tutti i suoi spazi ancora in costruzione. Non me ne vogliate, vivo in una città in cui le case si distanziano meno delle mie braccia aperte e in un Paese dove se perdi la prima frazione di secondo di semaforo verde dietro c’è subito qualcuno che suona il clacson a sottolineare che qui, da queste parti, la gente non ha tempo da perdere. Da queste parti nessuno si mette ad asciugare gli scogli col phon.
Berlino è la capitale di quella che viene definita la locomotiva d’Europa e ti aspetteresti che come minimo brulichi come una metropoli qualsiasi. Forse è così, ma a vederla dal di fuori, pare di no. Il che è un bene.

È al Comet di Berlino che lunedì scorso ho visto i Califone. E anche questo è un bene. Sarebbero venuti anche in Italia due giorni dopo, al Bronson di Ravenna, ma vuoi mettere il fascino teutonico?
Il Comet è un club strano, pieno di porte e di piani e di sale che poi si uniscono, mi dicono, quando ci sono le feste o i dj. Tipo che ieri mi pare ci fossero i Crookers e mi sa che le porte le hanno aperte e le sale pure. Il Comet ha una sala con una mega vetrata e ci vedi il treno giallo della metro passare e così ti senti in una città grande, non in una dove le case sono tutte attaccate che gli puoi dire alla vicina che non ci va il Parmigiano nella pasta con le vongole.
Il Comet è un club dove le birre costano due euro, ma di questi club è piena Berlino e ne è privo il mio Paese. Qui i concerti iniziano presto, tipo che alle 9 e qualcosa iniziano i My Sad Captains, band londinese che alle prime note fa storcere il naso, ma poi si risolleva poco alla volta, fino ad un finale tutto strumentale, che ci fa scurdare ‘o passato e ci fa segnare sull’agenda il loro nome.
Un’altra birretta e giungono gli americani Califone. Sono in tre. Dietro la batteria si accomoda Danni Iosello, pulzella rock compagna di Tim Hurley con cui forma la band Sin Ropas e pure lui, per l’occasione, imbraccia banjo, chitarra e un modernissimo Ipad. Alle tastiere, voce e chitarra acustica c’è lui, Tim Rutili, fondatore e mente dei Califone.

Inizia qui un live onirico, da guardare in silenzio, da gustare in silenzio. Qualcuno può forse rimpiangere di non aver visto i Califone in formazione completa, ma non c’è da dolersi più di tanto. La voce di Tim Rutili sembra che si accenda con un bottone di quelli on-off. Già dalle prime note entra la sua voce calda e sinuosa, perfetta, che rende tutto magicamente amalgamato, che fa suonare tutto senza sbavature. In scaletta c’è molto di All my friend are funeral singers, ma c’è spazio (evviva) anche per pezzi da Quicksand/Cradlesnakes e Roots&Crowns (tipo The Orchids). Ci avanzano anche tre mini show di Tim Hurley, giusto per dare il tempo di cambiare tre volte la corda della chitarra a Tim Rutili. Lui è lì, seduto per terra in un angolo del palco a fare lavoro di manovalanza. Alla vecchia maniera, insomma.

Un live pastoso, completo, magico anche in questa insolita formazione, che lo rende di certo differente da un Califone’s show doc, ma che non ne ha ridotto l’apporto emotivo. Cosa non si riesce a fare con una chitarra e con una voce come quella di Tim Rutili.