Florence and The Machine.

Ci sono volte in cui si sogna di cadere e di non riuscire a rialzarsi, di dover urlare e invece dalla gola non esce nemmeno un filo di voce. Nel migliore dei casi, in questa categoria di sogni potete trovarvi alcuni superpoteri, come volare velocissimi o correre più rapidi di tutti. Non si urla, ma non si può avere tutto. Sono come dei mini film, questi sogni. Dei mini film che spesso capita di fare il pomeriggio, magari una domenica di quelle lunghissime e uggiose, mentre si fa partire un film in tv, spesso solo come pretesto per passare mezza giornata sul divano, mentre fuori cala la notte e le lancette dell’orologio portano implacabili verso quella malinconica fase meglio nota come La sera del dì di festa. Se ci si dovesse mettere una colonna sonora a questi sogni, non ci sono storie, la più adatta sarebbe Florence and The Machine.

Dopo un po’ di streaming, qualche anteprima e il singolo in rotazione Shake it out, è finalmente uscito Ceremonials, il secondo album della band – se così la possiamo chiamare – di stanza a Londra. Piuttosto, un gruppo di musicisti che asseconda e ruota attorno a Florence Leontine Mary Welch, la rossa dalla voce possente. Dopo il disco d’esordio del 2009, Lungs, dopo Dog days are over e You’ve got the love, con cui ha colpito decisamente nel segno, Florence come seconda prova ci offre questo Ceremonials. Detto fatto, nella prima settimana il disco è primo in classifica con più di 90 mila copie vendute. Un disco cupo, violento, è lei stessa a definirlo così, il che può sembrare un paradosso, visto che il disco dovrebbe anche descrivere proprio questo suo momento di luminoso successo. Si fa fatica ad incasellare Florence. È molto lontana da quel nutrito gruppo di cantanti al femminile che l’Inghilterra ha sfornato negli ultimi anni. Meno melensa di Adele e meno it-girl di Lily Allen, per nulla cattiva ragazza come Amy Winehouse, tanto meno anonima alla stregua di Duffy. Florence al massimo riprende un filone di cantanti fatte di altra pasta, dalle quali, se vogliamo, attinge l’impalpabilità e l’amore per i grandi spazi (Kate Bush e Enya), la sofisticatezza (Bjork) e la pienezza vocale (una certa Annie Lennox).

Insomma, Florence è una tipa per i fatti suoi. E questo Ceremonials sembra confermarlo. Siamo in una saga, in un fantasy, in un regno in cui la natura parla e interagisce con l’uomo. Siamo in un sogno in cui volate velocissimi rasoterra e ogni tanto vi librate sopra brandelli di natura spettacolare come può esserlo quando è selvaggia, quando è violenta. Poi, lo ammetto, io non vado matta per le saghe o per i film in cui gli alberi parlano e spiegano quale sarebbe la scorciatoia per raggiungere il Lago della Malinconia. Per questo Ceremonials può suonare alla lunga un po’ lezioso e cacofonico. Ma nemmeno Florence pare una tipa che vive in un’isola disabitata indossando solo cotone organico e lana cotta, estasiandosi per il sublime delle scogliere. La ragazza pare avere un occhio ben attento per ciò che vuol dire moda e stile. Anche qui, però, sembra distanziarsi dalle colleghe inglesi. Echi vintage spersonalizzati, esagerazioni cool ma antiestetiche, acquisto isterico della borsa del momento, non sembrano far parte del repertorio Welchiano. Femminilità, buon gusto e molta patina haute couture, ecco le armi di Florence. Ce lo ritroviamo anche qui, il teutonico Karl Lagerfield, che la immortala per l’artwork di Ceremonials. E la laison con il direttore creativo di Chanel sfocia anche nell’ambito più strettamente musicale. Infatti, vedranno la luce una serie di singoli in edizione limitata in vinile impreziosito dalla scelta della gommalacca bianca di 180 grammi, una foto unica scelta da Karl e altre attenzioni glamour. Ritroviamo anche il made in Italy a noi tanto caro, con Gucci che disegna e realizza gli abiti di scena del tour USA della rossa classe ’86 (sic). È forse anche per questo che non la ritroviamo ad eventi tanto al chilo, giusto per apparire, ma eccola presente alla notte dei Grammy e a quella degli Oscar, alla cerimonia per il Nobel per la Pace e al Met Ball di Anna Wintour. Mica il ballo Incanto sotto il mare.