Agnes Obel.

Premessa: ma ti pare che mentre sto a scrivere di Agnes Obel il sempiterno Silvio mi va in minoranza alla Camera? Io sto qua, tra le sudate carte e nel frattempo vengono fatti trenini e stappate bottiglie di champagne rosé vintage. Dovrei parlarvi di qualcosa di festaiolo, per farvi scatenare e invece vi tocca l’Agnese. Essì, vi tocca l’Agnese, dunque, fine. Tirate fuori il quaderno, mettete vie le bottiglie e separate i banchi. Fine della premessa.

C’è classe nella voce di Agnes Obel, nelle sue mani leggere che toccano i tasti del pianoforte o dell’arpa. C’è classe nei suoi lineamenti e nella sua sobrietà che l’ha portata in giro per l’Europa a suonare dappertutto, dalle capitali alle città di campagna, dai club cupi e fumosi alle chiese o ai piccoli teatri. Piano in spalla, sold out e via.

Nata in Danimarca ma da qualche tempo trasferitasi a Berlino, la Obel fa suonare nelle sue produzioni gli spazi aperti, il freddo e i colori un po’ algidi della sua terra natia, riempiendoli di calore e di colori caldi, con il suo cantato soffuso ma anche, quando serve, deciso. Una forza tranquilla, per dirla alla Séguéla. Dopotutto c’è bisogno di forza e pazienza per superare gli inverni scandinavi e questo disco sembra portare con sé proprio questo mix. Due volte disco di platino in Danimarca (60.000 copie vendute, come un disco d’oro dalle nostre parti) e recensito entusiasticamente dai pundit del settore, dal Guardian che cita nientemeno che Debussy, alla rivista francese Les InRockuptibles, il disco d’esordio, Philharmonics, uscito nell’ottobre 2010, è stato ristampato in versione Deluxe lo scorso marzo dove si possono trovare esecuzioni live e pezzi strumentali che fanno convincere una volta in più che la Obel ha stoffa (e delle fantastiche maglie tricot a righe, degli eleganti abiti in pizzo tagliati sapientemente e caldi pullover da brava donna danese). Dopotutto non tutti avevano colto al volo questa preziosa opera prima. Come spesso accade, servono casse di risonanza maggiori. Come spesso accade, sono le serie tv – in questo caso Grey’s Anatomy – o le pubblicità – in questo caso trasmessa in Germania – o le colonne sonore di un film – in questo caso tre suoi brani li trovate in Submarino di Vinterberg – a far notare artisti sino ad allora sconosciuti o quasi.

Dicevamo, Silvio è andato in minoranza alla Camera e quindi volete festeggiare. Ma un disco come questo con le piogge autunnali, coi pomeriggi passati in casa o a schiacciare foglie secche per i viali non vi fa comodo? Quando la malinconia autunno/invernale vi assalirà non vorrete affidare le vostre orecchie e i vostri passi incerti ad una che negli inverni ci ha vissuto per otto mesi all’anno? Ora che l’umidità vi farà rizzare i capelli non volete copiare le ordinatissime trecce con cui Agnes raccoglie i suoi sottili capelli biondi? Guardate che l’inverno è lungo e non si può mica festeggiare con lo champagne tutte le sere, anche se in Italia la crisi non la sente nessuno e i ristoranti sono tutti pieni. Ogni tanto vedrete che toccherà anche a voi stare a casa a preparare lo stracotto e mettere su Philharmonics sarà un ottimo modo per tagliare la carne con malinconica pazienza, anche voi con le trecce arrotolate sul capo, mentre fuori nevica o più facilmente piove, ma sorridendo, nordicamente, calme.