Junior Boys.

Ci sono un sacco di cose che non si riesce a mettere in una scatola unica. Ci sono un sacco di cose che sembrano inizialmente completamente bianche e poi ci riscopri un’inattesa sfumatura nera. Che poi, a pensarci bene, non è una sfumatura, ci sono delle parti proprio nere. Il rovescio della medaglia, dicono. Piuttosto, le cose più sono complesse più hanno necessariamente tante sfaccettature e molti punti di vista. I bar sono pieni di vecchietti che, nonostante avessero il fratello partigiano, continuano convinti a dire che Mussolini non era così cattivo come lo si dipinge. Dava gli assegni familiari e le case, dicono. E tutto il resto? Eh sì, sospirano. Brutto affare, si ripetono sottovoce.
Ora, provate ad andarvene in giro a dire che gli anni Ottanta sono stati individualismo, ostentazione e vanità. Se volete andare sul sicuro, portate con voi foto e testimonianze. Le donne in giacca con annesse spalline, l’oro giallo e le spille a forma di ramarro, Ronald Reagan, Dallas e The girls just wanna have fun. Andatevene pure in giro baldanzosi, carta canta. Ma prima o poi, anche con gli anni Ottanta, troverete qualcuno che vi dirà Beh? Ma dove la metti la Lady di ferro? Dove me li incastri gli scioperi inglesi? In tutto sto mosaico con la Milano da bere dove me le metti la new wave e l’elettronica un po’ cupa? Eh, sì, sospirerete. Pure voi, come i vecchietti al bar.

È che non si può mettersi lì a tagliare i giudizi con l’accetta. Al massimo la si può usare per sagomare le giacche, ma non tutta una decade. Si può però provare a mettere un po’ tutto assieme. Il problema è poi vedere se il calderone riesce a sfornare un’ottima vellutata o piuttosto una sbobba. I Junior Boys hanno pensato bene di mettersi lì ad accendere il fuoco e vedere dal calderone cosa viene fuori. Hanno iniziato presto, nel 1999, quando la voglia di eighties non era ancora forte come oggi. Ma è nel 2003 che il duo canadese ora formato da Jeremy Greenspan e Matt Didemus inizia a sfornare un concept più definito e brillante. Adocchiati anche da Caribou (quando se ne andava in giro facendosi chiamare Manitoba), il duo inizia a farsi strada con il singolo Birthday e poi con l’album Last Exit, nel 2004. Recensioni entusiastiche iniziano a definirli next big thing dell’elettronica poppeggiante con chiarissime influenze eighties. La caratteristica del duo è una personalissima linea pulita, lontana dagli orpelli reaganiani, fighetta e molto understatement. Sarà forse che sono canadesi, ma a stupire è proprio questo connubio tra la sfaccettatura Pet Shop Boys e la pulizia dei suoni. La linea di confine tra una cosa e l’altra è sottile. Molto sottile. Per questo Greenspan & Co. nei dischi successivi (So this is goodbye, Begone dull care, It’s all true) non riescono con troppa convinzione a far venire fuori la cremosa vellutata di Last Exit. Stateci voi per dieci anni su un filo senza posare un piede da una parte o dall’altra anche soltanto per provare a rimanere in equilibrio.

Con i Junior Boys per canzoni intere si può rimanere nella sfaccettatura più sensuale, in altre si passa ad un’elettronica minimal, si fa un’intrusione nella dance più gaia degli anni Ottanta (beccatevi il nuovo video, Banana Ripple), fino ad approdare quasi ad un perfetto trash d’autore. Il tutto senza sbavature, con un cantato raffinato e produzioni curate. Se a molti queste tappe successive non sono piaciute troppo perché sembrano mostrare incertezza e scarsa convinzione intellettuale, da queste parti invece piace questo gustoso effetto minestrone, anche qualche volta può mancare di originalità. Sarà che tutto sommato rimango una patita dei consommé.