Bon Iver.

Scorre sempre una sottile vena di invidia quando qualcuno riesce a fare della propria vita una trama di un film. Mentre le nostre giornate sono scandite da sveglie sempre alla stessa ora, da ingorghi sempre allo stesso punto, da spese al supermercato fatte di fretta e crolloni sul divano, c’è qualcuno che prende su tutto, lo butta per aria e ricomincia daccapo. Dopo noi veniamo a sapere di queste vite quasi cinematografiche soltanto quando diventano luminose. Ci sfuggono magari quelli che passano cinematograficamente la loro vita seduti su un divano a mangiare quintali di patatine o che cinematograficamente perdono il lavoro in banca e vanno a lavorare in una tavola calda. Anche queste sono trame di film, ma quando li vediamo sul grande schermo non ci scorre nessuna vena di invidia.

Ci vuole l’America. Ce lo hanno detto in tutte le lingue che è lì che capitano le cose. Se io decido di trasferirmi a Roma con dieci euro in tasca e dormo per due mesi in macchina mi sa che finisco in qualche mensa dei carmelitani scalzi e non vinco due Oscar come Hillary Swank. Se canto sovrappensiero mentre aspetto la metro non mi ferma un produttore come Mariah Carey, semplicemente verrò distanziata di almeno un paio di metri da tutti gli astanti che mi dedicheranno occhiate tra il compassionevole e il preoccupato. Ci vuole l’America. Ci vuole l’America per far venire fuori un disco come For Emma, Forever ago dopo sei mesi di neve e isolamento in una cascina del Wisconsin. Vatti ad isolare in una baita sulle Alpi. Probabilmente il risultato saranno nove tracce yodel.

È così che Justin Vernon si trasforma in Bon Iver. Molla tutto, gruppo (DeYarmond Edison), ragazza (Emma), caricato di mononucleosi e infezione intestinale va a passare i mesi invernali nella casa di montagna del padre, immersa nei boschi. Armato di chitarra e della sua voce compone un disco folk, intimo, pulito. Un diario di sé. Il binomio chitarra e voce non diventa melenso, banale. Proprio sul suo strumento, sulla voce, Vernon decide di sperimentare. Falsetti, silenzi, polifonie, cori (a cui è sempre stato affezionato): sono questi gli strumenti che hanno arricchito e reso complesso il primo lavoro della rinascita di Justin. Esce dall’isolamento con un disco pronto, con i primi live complessi da realizzare proprio per la molteplicità di voci e dei cori. Prendetelo come uno yodel all’americana, molto più cool quindi. Un disco che serviva per mettere punti e che inizialmente è stato prodotto in 500 copie. Dalla neve e dall’intimismo si passa alle recensioni entusiastiche di Pitchfork e Stereogum, alle esibizioni al David Letterman Show e alla collaborazione nientemeno che con Kanye West in Lost in the world.

Nel 2011 esce Bon Iver, Bon Iver. Un disco più complesso, dove il folk si arricchisce ancora di atmosfere rarefatte, di rap Kanyewestiano, e poi molte tastiere e synth, molto anni ottanta. (Se vi capita in random Beth/Rest potreste essere traditi dalle prime note e pensare a Lionel Ritchie o a Peter Gabriel, sempre che abbiate Lionel Ritchie o Peter Gabriel nel vostro lettore). Un disco di evasione evidente anche dai titoli delle canzoni, nomi di città più o meno reali. Pitchfork gli stampa su un 9 e mezzo, gli assegna la cura artistica della seconda data del Pitchfork Festival a Parigi il prossimo 29 ottobre, lui fa sold-out in ogni data del tour europeo. Aggiungeteci che dallo stile boscaiolo fatto di camicione a quadri, t-shirt e barba incolta inizia cautamente a passare alla categoria belli con la barba, indossando camicie, questa volta sartoriali, giacche smoking e fumando sigarette in maniera civettuola.

Se non è questa una vita da film, ditemi voi.