The Rapture.


Era il 2003 e la globalizzazione faceva ancora paura soltanto a pochi sinistrorsi che non volevano arrendersi al liberismo duro e puro. Era il 2003, si compravano ancora un sacco di dischi e c’era WinMX. Mentre non mi capacitavo di questa tecnologia e non mi arrendevo al liberalismo duro e puro, ho scoperto i The Rapture. The house of jealous lovers, Echoes. Presto, dopo una compilation usa e getta da macchina, era il 2003 e in auto avevo un allora futuristico lettore cd, li ho abbandonati. Si fa così? Eh? Si fa così? Si prende un gruppo, si ascolta una canzone e poi li si dimentica? Chi sono i The Rapture? Umberto Balsamo?

Con il secondo album, Pieces of the people we love, diciamo che un po’ mi avevano dato ragione. È il 2006, la Universal li mette sotto contratto, le magnifiche sorti e progressive sembravano essere a loro favore. Invece no. Reazioni timide di pubblico e critica, il bassista-cantante se ne va, l’ambiente disco-punk sembra involvere e dimenticare la voce stridula, quasi fastidiosa di Luke Jenner.

Se cinque anni vi sembran pochi, non lo sono affatto. Si fa un sacco di roba in cinque anni. Si ritorna alla vecchia etichetta DFA Records, si ritorna a James Murphy. Alle origini, insomma. Si rimettono in piedi i The Rapture fondandoli soltanto su tre gambe, si ascolta cosa dice New York, gli si tasta il polso, si fa una capatina a Parigi per collaborare con Philippe Zdar (Cassius e Phoenix). Si sforna In the grace of your love.

Un disco tondo, con quintalate di NY, di Studio 54, di sonorità vintage anni settanta. Sintetizzatori, chitarrine, urletti, di quelli che a Luke piacciono tanto. La nota positiva è che non viene da pensare a Disco Stu, a pantaloni a zampa d’elefante e a capelli cotonati à la Cugini di Campagna. Oddio, la palla specchiata che gira sopra il dancefloor si vede e si sente eccome, ma non c’è niente di caricato, niente che sia il prodotto di un copia-incolla troppo frettoloso. Si sentono le tastiere, il sax e pure una fisarmonica, campionata. Voilà, ecco che i The Rapture sono tornati meglio di prima. E se abbiamo già detto più volte che siamo stufi di sonorità da sea side, In the grace of your love può essere il nostro disco di passaggio verso l’autunno. D’altronde, decenni di filmografia ad hoc ci hanno insegnato che New York in autunno spacca.