Nouvelle Vague @ Sherwood Festival, live report.
Quel periodo in cui ho vissuto a Parigi, oltre a stupirmi e a guardarmi intorno per la bellezza della città e di ogni suo singolo cantuccio, mi ponevo molte domande. Me ne andavo in giro e spesso capitava che mi fermassi in una delle numerosissime boulangerie sparse per la città e rimanevo estasiata dai milioni di dolci, di croissant, di flan e altre goduriosissime cose. Quando il portafoglio me lo permetteva, capitava anche che andavo a cena fuori e anche lì scoprivo un sacco di piatti e ricette buonissime. Una cosa che univa il tutto era l’ampio, sconsiderato, convinto uso di burro. Burro dappertutto. Quello stesso burro che da queste parti viene dileggiato e messo al bando, lì viene erto a monumento nazionale. Odore di burro si propagava per le strade, dai forni e dalle pasticcerie. Quantità inimmaginabili di burro erano presenti nel 90% delle ricette che leggevo nelle bibbie di cucina alla Fnac o dove capitava. Beh, mi dicevo, in effetti è buono, alla faccia delle torte con l’olio d’oliva e lo yogurt. Una cosa che però non mi spiegavo, era come mai le francesi che incontravo lungo il mio cammino non sembrava fossero troppo disturbate dalla cosa. Gambe lunghe, slanciate, portamento fiero e di forme ad anfora nemmeno l’ombra, o quasi. Cominciavo ad odiarle, le francesi. Quintali di burro fiero e manco una coulotte de cheval. Pure il nome è in francese ma le francesi la dribblano con disinvoltura. Maledette. Guardando le cantanti dei Nouvelle Vague ho pensato la stessa cosa. Longilinee, eleganti, estremamente sexy nei loro abitini civettuoli, un po’ trasparenti, un po’ scollati e un po’ tutt’e due. Loro si dimenavano consce del loro allure, nonostante il burro dei pains au chocolat.

Poco dopo avervi presentato qui i Nouvelle Vague, è capitato che son passata pure a vederli dove vi avevo segnalato, a Padova allo Sherwood Festival. Il biglietto costava un euro, faceva caldo, era sabato: ottimi ingredienti per riempire la platea.

Cover band o no, pallosi e ripetitivi o no, i Nouvelle Vague riescono a fare il loro sporco lavoro di musicisti e intrattenitori. Una folla che danza, sorride, si diverte e canta canzoni scelte con cura e riarrangiate.

Ai puristi possono non stare troppo simpatici, ma lo show dei francesi Nouvelle Vague piace. E pure loro, i puristi, hanno avuto di certo il modo di sentir scricchiolare le loro certezze, con le due cantanti καλὸς καὶ ἀγαθός, belle e brave.

One hundred years dei Cure, Master & Servant e Just can’t get enough dei Depeche Mode, Dancing with myself di Billy Idol, Guns of Brixton dei Clash, Blue Monday dei New Order. C’è davvero di tutto per far imbestialire i duri e puri. Ma i Nouvelle Vague non esagerano. Scelgono canzoni-monumento quasi come fosse una sfida, ma le loro cover, se così possiamo chiamarle, non perdono mai di vista il buon gusto e la giusta dose di leggerezza, così da non dare mai troppo fastidio anche alle orecchie più impervie.

Ve lo avevo detto che sono estivi, che sono perfetti per quando i piedi sono sporchi di sabbia. Vi fanno fanno mettere il vostro maglione dell’inverno senza che pizzichi sulla pelle nuda e abbronzata. Anche se poi c’è spazio per un piccolo bis chitarra e voce, In a manner of speaking, il concerto si chiude sostanzialmente su Love will tear us apart, dei Joy Division. Cantata da tutti, saltelli, braccia alzate, con buona pace di Ian Curtis. È taaaaanto liberatorio.