Mogwai @ Sherwood Festival, live report.

Devo stare un po’ da sola. Devo riflettere. Ho bisogno di un po’ di tempo per me e per le mie cose. Milioni di volte capita di sentire queste frasi. Soprattutto nei film, visto che di solito nella vita reale se uno si rende conto di avere un bisogno, salvo bisogni impossibili, lo soddisfa e morta lì. A queste frasi, dette solitamente in modo frettoloso o mentre ci si mangia le unghie o mentre si stringe un cuscino o si ha appena messo fine ad una crisi di pianto, segue il fatidico tempo per sé stessi. Nei film questo tempo lo si passa distesi su un letto o in divano a guardare un film alla tv e ovviamente a piangere. Spesso, non si conclude niente, in questo tempo a disposizione per sé stessi. Diventa semplicemente un prolungamento della tragedia che lo aveva reso necessario. Chi ha bisogno di un po’ di tempo per sé e lo passa come sopra, arriva sempre a conclusioni pessime e catastrofiche.

Prima o poi incontrerò uno di questi sceneggiatori, che quasi sicuramente assomiglieranno un sacco a quelli di Boris, e gli suggerirò di smetterla. Basta con le maschere al cetriolo, con i pianti o con le passeggiate nella nebbia. Nessuno, dopo questa terapia, può uscirne gioioso e pieno di grinta. Quando una persona realizza di avere bisogno di un po’ di tempo per riflettere, deve andare a vedere un concerto dei Mogwai.

Ero lì, il 7 luglio, a Padova allo Sherwood Festival. Ero sotto tiro di proiettili sparati da chitarre, casse e distorsori. Ero nel tunnel sonoro dei Mogwai e intanto capivo un sacco di cose. Non è essere distratti. Non è pensare ai fatti propri. Un concerto dei Mogwai lo puoi vedere in due modi. O così, da allucinato; oppure se sei un esperto come il mio amico Fiore, ti metti tra le prime file e cerchi di capire cosa fa uno e cosa fa l’altro, che tipo di effetti hanno e quanta roba hanno montata sul palco. Se sei come il mio amico Fiore queste cose le sai già, però le guardi lo stesso. Io, ovviamente, ero nel primo gruppo. Me ne stavo lì, ferma, inebetita a guardare le luci e i visuals e intanto ascoltavo l’onda d’urto della band scozzese. Come sempre piena, invadente, anche se forse in questo set meno pesante perché all’aperto un po’ di quel muro sonoro che ha reso celebri i live dei Mogwai si disperde in una notte minacciosa, piena di lampi e fulmini alle spalle del palco.

Stavo lì e ho capito un sacco di cose, ho avuto idee per tutti i gusti. Percorsi di viaggio, scalette di articoli, tecniche depilatorie, critiche al libro che stavo leggendo, spunti creativi. Mi beavo di questa situazione fruttifera, avevo stampato un mezzo sorrisetto ebete, soddisfatto. Nel frattempo mi ripetevo di ricordare ogni cosa, di non perdere nulla.

Ero così allucinata e piazzata dentro al tunnel che non avevo nessuna voglia di vederne la luce, tanto che ai bis ho pensato che questi Mogwai se la tirassero. «Avranno suonato un’ora» mi son detta. E invece erano passate due ore. Soprattutto pezzi del disco nuovo dal mirabile titolo Hardcore will never die, but you will, culmine della ricerca in campo elettronico iniziata con Rock Action. (Ricerca che sembra non arrestarsi, dato che la band ha annunciato per settembre l’uscita di un nuovo ep, ancora più elettronico e orchestrale). Nel tunnel c’è comunque spazio per alcuni pezzi più vecchi cari al pubblico, come Friend of the night, 2 rights make one wrong, I know you are what am I, e nei bis Hunted by a freak e Mogwai fear Satan. Il concerto finisce, io mi ripeto di ricordare tutto e i fulmini si dissolvono. Satan fears Mogwai?