The National + Beirut Piazza Castello, Ferrara.


Ci piace il brivido, l’adrenalina, così scopriamo alle dieci di mattina del 5 luglio che i biglietti per il concerto di The National e Beirut a Ferrara sono finiti. Terminati, esauriti, caput. La tipa dell’Arci di Ferrara esordisce al telefono con una risata beffarda, «Non c’è proprio niente da fare, mi dispiace». Dice. Tipo che a memoria d’uomo non ricordo sold out a Ferrara in Piazza Castello se non per i Radiohead, un bel po’ di anni fa e Pixies, lo scorso anno.

Brivido, adrenalina e telefonate, dunque. Fino a che si riescono a rimediare due biglietti (un doveroso grazie a chi ci ha salvato) e si può pensare a preparare i panini da mettere nello zaino. Forse avremmo voluto pensare soltanto a questo, fortuna che le cose si aggiustano.

Si parte e la prova che la giornata è girata è trovare parcheggio al primo colpo in zona gratuita. Arriviamo che Ferrara è come sempre bellissima, il Duomo ha la sua tipica luce rosa, la gente è tantissima e sembra che i ferraresi ogni tanto lascino la città agli altri, in prestito, senza esserne troppo gelosi.

Così arriviamo in Piazza Castello, con i panini, i biglietti ritrovati e le facce di amici che si laureano e non riescono a star dritti per la gioia, lo stress e i negroni senza ghiaccio. 


Quando il sole inizia il suo lento declino estivo sul palco arrivano i Beirut. La piazza sembra una festa gitana, la gente inizia ad ondeggiare, a cantare e a sorridere, la luce sembra quella di una Lomo e Beirut conclude la pennellata con i suoi ritmi che non sono mai del tutto spensierati. Come mai del tutto malinconici. La sua forza, forse. Scorrono Nantes, A sunday smile, e si sorride quando dopo Postcard from Italy, Zach Condon dichiara di essere in Italia per la prima volta. Si vede che le cartoline gliele avranno mandate. 


Il sole tramonta e rimangono i toni scuri, perfetti per dare il benvenuto ad un impeccabile Matt Berninger in doppiopetto, camicia a quadri nei toni del bordeaux e vino rosso. Forse dovevano dirgli che a luglio a Ferrara fa caldo, infatti la giacca vola via molto presto. Le prime note sono quelle di Runaway, da High Violet, che viene fatto quasi completamente, assieme a Boxer e qualche traccia di Alligator e degli altri dischi della band.


Volevo esserci e c’ero. Cantavo le canzoni un po’ a caso, come piace a me e mi guardavo intorno felice, nonostante l’insegna di un negozio di ottica e la sua gigantesca scritta bluette.

Berninger, sarà il vino, ma si lascia andare, chiacchiera e impreca più volte contro la suddetta insegna bluette e contro i torturati nel Castello adiacente, paragonabili -dice- a quelli durante l’amministrazione Bush. Sbraita e si incazza anche se non te lo aspetteresti data la sua consueta compostezza in Mr November, Afraid of everyone ed England. Si contorce, si butta a terra, sale sulle transenne, scende dal palco e arriva quasi a metà piazza e continua a cantare, imperterrito, abbraccia tutti e tu vedi solo il filo del microfono che lo segue. Ti viene a prendere con la sua voce baritonale quando sembrava quasi che fossi distratta. Sarà il vino, sarà anche che una voce baritonale come la sua è complicato tenerla dal vivo, ma, non me ne vogliate, capita anche di sentire qualche piccola stecca. Le due coppie di fratelli Devendorf e Dessner intanto suonano in maniera quasi impeccabile, quasi solenne. Se li vogliamo un po’ criticare questi The National, toh, possiamo dirgli che sono fin troppo perfettini. Belli, bravi, composti.

Su Fake Empire, che chiude la prima parte, escono anche Zach Cordon e Kelly Pratt dei Beirut e si aggiungono ai fiati, rinvigorendoli fino alla fine del concerto. Le luci si spengono su una Vanderlyle crybaby geeks strappalacrime, senza amplificazione e cantata da tutti i componenti del gruppo a bordo palco, mentre Berninger tiene le mani delle prime file.

Siamo usciti ed eravamo felici, avevamo i piedi distrutti e le ginocchia pure, grazie al pavé di Piazza Castello. Eravamo felici, come capita spesso a Ferrara, in una calda sera di luglio.