Dum Dum Girls.

È uno di quei periodi in cui trovo pace soltanto muovendomi di continuo. Perdo il filo dei discorsi, mi ritrovo a fissare il vuoto mentre altri intorno a me discutono. Non è bello, ma tant’è.

Non c’è rimedio a questi momenti, non ci sono antibiotici, serve solo pazienza. Ci sono però delle terapie che alleviano il dolore, rendono le cose più semplici. Prendo l’Ipod e monto in bicicletta. Dovessi anche fare dieci chilometri mi muovo in bicicletta. L’Ipod deve essere carico, sennò la terapia non funziona e anzi ti ritrovi a metà di quei dieci chilometri con il vuoto attorno a te, dentro e pure nelle orecchie e la cosa potrebbe tornare anziché utile, estremamente tragica. Sono questi i momenti in cui invento pannelli solari da attaccare al cestino della bici per evitare lo spiacevole inconveniente dello scaricamento di Ipod e altri aggeggi elettronici portatili. Ma non li costruisco mai. Perché la terapia funzioni si deve mettere su roba precisa. Qui non vale il random. Roba precisa che fa parte di due sottogruppi, e qui si deve scegliere. Avete voglia di piangere? Volete disperarvi mentre pedalate come dei senzadio senza una vera e propria meta? Allora scegliete di dirigervi innanzi tutto verso campagne o periferie desolate, evitate le ore più chiare del giorno e portate con voi comunque un paio di occhiali da sole, potrebbero servire. Nell’Ipod canzoni rigorosamente da cantare più o meno a squarciagola, un po’ melense. Meglio di tutti quelle che ognuno di noi ha nel cuore da decenni. Ce le abbiamo tutti. Tipo la mia è Santa Lucia di De Gregori. Funzionano sempre come i rimedi della nonna. Un bel pianto liberatorio e passa tutto. Ve ne ritornerete verso casa sereni e coccolati dal caldo delle vostre lacrime e dalle parole delle canzoni. Per quello che può durare, s’intende.

Il secondo sottogruppo è quello effetto doccia gelida. Vi fate un po’ pena presi così? Vi chiedete ma dove lo ho messo tutto il mio carattere, la mia joie de vivre, dove l’ho persa la mia faccia da duro e le mie risposte bisbetiche? Dove li ho messi i miei cosiddetti? Ecco, allora puntate la bussola verso luoghi meno imbucati, qualsiasi ora va bene. Dovete trovare la vostra sbruffonaggine e per ritrovarla non c’è niente di meglio che guardare in faccia signore attempate mentre ve la cantate alla grande. Se vi sembra troppo da pazzi vi autorizzo a portare comunque gli occhiali da sole, anche solo per avere più carisma e sintomatico mistero. Alzate il volume, mettetelo più forte che potete e mettete le Dum Dum Girls. O perlomeno io ho scelto loro. 


Donne cazzute le Dum Dum Girls. Affascinanti, americane, tanto che un sacco di gente ammette candida che ai concerti ci va più per vederle che per sentirle. Suoni lo-fi, chitarre che ricordano tanto Beach Boys, Jesus and Mary Chain e un po’ tutta la west coast statunitense anni ’60 mescolata ai cari eighties britannici (beccatevi la bella cover degli Smiths There is a light that never goes out). Volendo in qualcosa ci possiamo trovare i più recenti Raveonettes, sarà perché hanno lo stesso produttore. Le quattro componenti hanno tutte un tatuaggio sulle nocche della mano con la scritta Dum Dum, giusto per mostrare i pugni in modo tosto. Un disco nel 2010, I will be, e un ep, He gets me high nel 2011, le hanno subito inserite nel registro della gente da tenere d’occhio. Non aspettatevi niente di originalissimo, nessun virtuosismo. Ma non è mica solo l’originalità a rendere convincente un progetto. Le Dum Dum Girls fanno un surf-garage-pop semplice e diretto. Riverberi, ritornelli languidi che entrano dentro vortici musicali più insistiti e tirati. Il gruppo è sostanzialmente figlio della bibliotecaria front-woman, Dee Dee (Kristin Gundred), che però ha compattato attorno a sé un ensemble di musiciste affiatate. Con un gusto un po’ dark ma estremamente glam. È proprio attraverso la loro immagine che anche sul palco riescono ad avere ancora più impatto. Stivali neri o tacchi altissimi, collant, minigonne, chiodi in pelle, camicie e abiti vintage, capelli lunghi e corvini, occhiali da sole e rossetto scarlatto. Le Dum Dum Girls si presentano così un po’ in tutte le stagioni.

Se mi vedete passare in bicicletta mentre sbraito Jail La La, vogliatemi bene, sto cercando di ritrovare le mie risposte bisbetiche.