Brunori Sas.

Qua il vento cambia, i referendum passano anche se non pioveva e c’era il sole. Ogni tanto l’Italia e gli italiani non sembrano nemmeno più quelli che mille altre volte hai guardato sconsolato scuotendo la testa. Eh sì, è tutta colpa dei media, della cronaca nera, tutta colpa di Bruno Vespa e di Barbara D’Urso. Poi da un mese per l’altro cambiano le cose, allora tieni le spalle più dritte e guardi la gente negli occhi con più fiducia. Finisce pure che sei meno stronzo con il prossimo e gli sorridi pure.

È che l’Italia sembra essere sempre uguale a prima, immobile, gattopardiana. La Salerno-Reggio Calabria è ancora lì, i giovani vogliono sempre emigrare e la mamma continua a fare la pasta al forno.

Ciclicamente, c’è chi si carica sul groppone il compito di mostrarla e di cantarla, questa Italia. C’avevamo De Gregori, ma adesso se la canta solo per lui perché forse gli scoccia che gli altri sappiano le sue canzoni. C’avevamo Dalla, ma si è messo il parrucchino, fa Pierino e il lupo ed è arrivato a quel fatidico punto di non ritorno del tatatatatatatata che occupa tre quarti del tempo di un suo disco. C’era Venditti, ma si è trasformato in Guzzanti. O forse lo è sempre stato. C’avevamo Gaetano ma ci è rimasto il suo cappello a cilindro.

Oggi c’è Dario Brunori. Lo hanno già paragonato a tutti questi qua che ho nominato prima, ma io ci ho aggiunto Reitano, perché me lo confondo sempre e lo so che sono una disgrazia, ma so anche che mi perdonate. Lo scivolone ho deciso di lasciarlo, perché la risposta, tutto sommato, meritava. Venerdì 17 giugno esce il suo Vol. II, Poveri Cristi. C’è l’aria del primo disco, nostalgica e stralunata. Si sentono i ventilatori di quando in Calabria fa caldo e la condensa delle bibite lasciate sui tavoli la sera. Nel nuovo disco, Brunori ha abbandonato l’adolescenza e l’introspezione e si apre a quello che vede attorno, descrivendolo con maturità e con quell’ironia tipica sua e di tanti artisti, registi, cantautori, che hanno dipinto questo Paese. Che è l’Italia di sempre. Ci sono la voglia di far fortuna, i migranti e l’amore. Ci sono collaborazioni eccellenti con Dente ne Il suo sorriso e Dimartino in Animal Colletti. C’è l’intervista, eccola.

CB – Il nuovo disco rimane abbastanza sulle tematiche del tuo esordio, anche se l’impressione è che tu sia cresciuto. Pensi che in Italia in questi anni si sia stabilizzata l’instabilità?

DB – Penso che il provvisorio sia diventato stabile e che gli stabili siano diventati i veri provvisori. A questo aggiungi che a scuola gli stabili sono instabili e rendono i professori precari improvvisatori e gli allievi gregari sprovvisti di futura professione. E chi professa provvedimenti, non provvede poi a rendere stabili gli stabili provandoli o tende solo a strabiliare stabilendo a priori false prove. Anche sulla stabilità dei miei nervi avrei molto da dire.

CB – Quali sono le cose che più ti hanno ispirato nello scrivere i nuovi pezzi?

DB – Un minestrone di impressioni, sensazioni e suggestioni provenienti dall’esterno e rielaborate col senno di poi, in buona parte raccolte nel corso del tour di Volume Uno. Film, libri, canzoni, situazioni vissute o viste al volo. Tutto qui.

CB – Quando si descrive un artista si arriva sempre a paragonarlo a qualcosa di passato. Questa cosa ti sta stretta? Sentire ripetere i nomi di Reitano (ta-dan!), Dalla, Battisti che effetto ti fa?

DB – Forse intendevi Gaetano, ma se fosse Reitano mi farebbe molto piacere, è la prima volta che qualcuno me lo dice. Tra l’altro lui era ambasciatore della Calabria nel mondo, una carica che desidero da tempo. Per il resto trovo sia assolutamente normale e in parte corretto, visto che la mia proposta prende le fila da quel tipo di cantautorato. L’ho detto spesso in passato, quel che conta è che i riferimenti rappresentino, per chi ascolta, non un ostacolo, ma un invito a premere “play”.

CB – Si dice che in Italia la canzone di protesta, sociale non esista più. A me sembra piuttosto che negli anni ’60-’70 quelli che la cantavano erano i cantautori più conosciuti e che ora invece sia proprio il mainstream a voler cancellare questo tipo di musica. Oggi, al massimo, la protesta viene delegata a qualche rapper. La tua musica è davvero descrittiva di certe situazioni di disagio che esistono davvero, ancora. Qual è l’intento o l’idea che ti spinge a scrivere certi pezzi come Rosa o Il giovane Mario?

DB – Non c’è premeditazione, ma è ovvio che se certi argomenti mi spingono a scrivere, ciò significa che li sento e che avverto l’esigenza di cantarli e raccontarli. Non c’è un intento politico e non è mio interesse fare comizi: ciò che mi attrae è scrivere di ciò che mi emoziona e fare un buon lavoro per dare all’ispirazione iniziale la forma migliore.

CB – Nelle tue canzoni i “quadretti” che dipingi possono essere amari, ma alla fine riescono sempre a strappare un sorriso. È questo il tuo modo di intendere la vita o perlomeno sdrammatizzare fa parte di te? Non trovi che questo ironizzare anche il fatto negativo faccia parte dell’artista italiano (Fantozzi, Monicelli, Amici Miei, Gaetano, e più recentemente anche Dente)?

DB – Sì, assolutamente sì. Sono amante dei sorrisi e mi piace ridere, oltre che sorridere. Trovo che l’ironia sia indispensabile, laddove la lucidità mentale spesso ti rivela quanto poco significato abbia realmente l’esistenza.

CB – Quella che esce dai tuoi dischi è un’Italia semplice, vecchio stampo. I meridionali che vanno al Nord per lavorare, l’enalotto, il precariato, i bar. Alla fine l’Italia è sempre la stessa?

DB – Non te lo so dire. Io scrivo un po’ quello che vedo, un po’ quello che immagino o che ricordo. Non è molto importante per me dipingere un contesto particolare. Non voglio fare il fotografo dei miei tempi. Penso che sia più importante indagare sulla sfera emozionale, affettiva, psicologica dei personaggi. La storia e soprattutto il contesto per me sono strumentali a questo. Solo così una canzone può lasciare intatto il suo valore, qualora ne abbia, anche con il passare del tempo. Insomma, se l’Italia che dipingo sia reale o appartenga alla storia, poco importa, quel che conta è che i moti interiori dei personaggi siano il più possibile “universali”, seppur calati in un determinato contesto.

CB – Come sono nate le collaborazioni con Dente e DiMartino?

DB – Con Dente ho realizzato uno spettacolo lo scorso anno, nel corso quale ci scambiavamo canzoni e battute. L’ho invitato alla data finale del mio primo tour e in generale mi trovo molto a mio agio con lui, sia a livello artistico che umano. Il suo sorriso mi sembrava perfetta per un duetto con lui e infatti sono convinto che sia uno degli episodi meglio riusciti dell’album. Antonio (DiMartino) l’ho visto in concerto a Cosenza e sono rimasto molto, molto colpito dall’intensità vocale e dalla padronanza del palco. Le sue canzoni sono molto vicine al mood di Poveri Cristi e mi è sembrato naturale coinvolgerlo nel progetto.


CB – Anche il tuo look è in qualche modo vintage. Cosa ti piace quando ti vesti? Fai ricerca, hai qualche negozietto di fiducia?

DB – Guarda sono sempre stato poco attento a questo aspetto, finché, proprio con la nascita di Brunori Sas, non ne ho scoperto il lato divertente. Da allora sono diventato un vero e proprio trend setter, un metrosexual vintage. Spesso compro dove capita e dove costa poco, anche perché prendo camicie che nessuno oserebbe mai indossare. Amo molto le fantasie floreali, ma non disdegno la tinta unita con cravatta mozza. Se possibile mantengo il mio legame con un passato anonimo, mettendo la maglia di lana nelle mutande.

CB – La moda, l’immagine nell’ambiente musicale, soprattutto italiano, vengono spesso dileggiati. Tu cosa ne pensi?

DB – Penso che sia un atteggiamento normale, laddove si punta il dito ad un’eccessiva sproporzione fra forma e contenuto. Non sono però d’accordo con chi condanna a priori il lavoro sull’immagine. Se fatto con gusto, criterio e ironia, può rappresentare e rappresenta a tutti gli effetti, un completamento del proprio progetto artistico.

CB – Hai un feticcio, qualcosa nel tuo look o qualche capo d’abbigliamento che ami in particolare?

DB – La camicia. Ormai non uso più t-shirt se non per dormire. Anzi ho da poco coniato uno slogan per le mie magliette: “Ho tutte le camicie in lavatrice”. Amo la camicia, perché trovo che esalti le naturali doti del mio fisico da bronzo di Riace.

CB – Un libro che stai leggendo.

DB – L’amore non si dice, di Massimo Vitali.

CB – Un disco che stai ascoltando e quello che più senti che ti abbia accompagnato nei mesi di creazione dell’album.

DB – Sto ascoltando spesso A sangue freddo del Teatro degli Orrori e La repubblica del Sole di Ettore Giuradei. Nel periodo di scrittura dell’album i due dischi da ascolto ripetuto sono stati Com’è profondo il mare di Dalla e 5:55 di Charlotte Gainsbourg.

CB – Se avessi la macchina del tempo, un’epoca in cui vorresti vivere.

DB – Nel 2045, in modo da poter vedere per la prima volta un rendiconto della SIAE.

CB – Ma ti piace davvero il Biancosarti?

DB – Lo adoro, ma si trova raramente in giro. Spero che la canzone Lei, lui, Firenze rilanci il prodotto che, tra l’altro, ho imparato ad apprezzare grazie ad un vecchio spot di Gaber.